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La Terra Santa oggi - (Ottobre
2009)
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Assumere un punto di vista economico per avere un quadro della situazione attuale in Palestina può, senza dubbio, aiutarci a vedere le cose in modo più chiaro per cercare di capirne di più. Abbiamo pensato di suddividere l'argomento in più parti sia per la sua complessità sia per i numerosissimi dati analizzati e le implicazioni che l'analisi di questi dati porta con se. Per comodità quindi, abbiamo spacchettato il tutto in tanti argomenti che occorre comunque scorrere sequenzialmente perchè legati tutti da un filo logico; la suddivisione è solo strumentale alla lettura per renderla un pochino più agevole. Economia palestinese: Economia israeliana: |
Partiamo allora da quanto asserito da Tony Blair in una recente intervista: “l'economia palestinese potrebbe crescere con percentuali doppie rispetto alle attuali se facessimo veri progressi politici e cominciassimo a eliminare in modo determinante le restrizioni alla libertà di movimento. Quindi la risposta è: abbiamo fatto progressi, ci sono segnali positivi, ma resta ancora molta strada da fare.” (1) Nel corso della stessa intervista Blair sostiene che la crescita dell’economia palestinese ha un ritmo annuo del 7% e nulla fa sospettare che riceva una battuta d’arresto. Ma com’è strutturata l’economia Palestinese? Quali sono le fonti a cui attinge e la destinazione delle risorse che incamera? Come abbiamo già visto, l’Autorità Palestinese (AP) dipende fortemente da due fonti di entrata:
La prima sono gli aiuti annuali dei donatori
occidentali con circa un miliardo di dollari a sostegno (nel 2005, secondo la
Banca Mondiale, i contributi sono stati di 1,3 miliardi fra:
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| La seconda è un trasferimento mensile da Israele di 55 milioni di dollari in entrate doganali e fiscali raccolte per la AP, fonte di entrate assolutamente critica per il bilancio palestinese, completamente sospesa. Di fatto, Israele ora sta trattenendo quasi mezzo milione di dollari di entrate palestinesi di cui c’è disperato bisogno a Gaza. |
“A fine marzo 2008 l’Unione Europea ha erogato 300 milioni di euro come aiuti umanitari a sostegno dell’Autorità Palestinese. Si tratta di una prassi comune a diversi attori internazionali come Usa, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, Nazioni Unite, Banca Mondiale e, nonostante l’impegno economico di questi donatori, l’economia palestinese non riesce a risollevarsi.” (2) Ora, secondo Shir Hever, economista e ricercatore israeliano, tali aiuti si rendono necessari perché “Il 30,8% delle famiglie palestinesi vive sotto la soglia della povertà, il 18,5 % in condizioni di miseria. La striscia di Gaza è sotto embargo militare israeliano dal 2006, le esportazioni in Cisgiordania sono diminuite del 16% nello stesso anno, il Prodotto Nazionale Lordo (PNL) continua a contrarsi. Il grave contesto politico di occupazione militare caratterizzato da checkpoint che limitano la libertà di movimento di lavoratori e beni, influenza negativamente l’andamento dell’economia.” (2) Nel 2007 gli stessi attori internazionali hanno versato la cifra di 1,4 miliardi di dollari ai Palestinesi e gli U.S.A. ben 3 miliardi di dollari a sostegno di Israele. La comunità europea cerca di frapporsi tra U.S.A. e Israele aiutando i Palestinesi: non sarà che ha qualche interesse nell’area? E gli U.S.A. come mai sono così generosi? Per questi il discorso è assai più semplice come ci racconta Claudia De Martino (3) “Il Congresso degli Stati Uniti d’America, infatti, include nel proprio budget annuale un prestito di garanzia per Israele, che non rientra però nel budget preventivo approvato all’inizio dell’anno finanziario, ma che si presenta come una somma forfetaria devoluta allo Stato di Israele sotto forma di “fondi di sostegno all’economia”, (economic support fund) suscettibili di essere incrementati o completati da fondi aggiuntivi che si rendessero disponibili nel corso dell’anno, e questo per lasciare al Congresso maggiore discrezionalità e flessibilità rispetto all’ammontare finale del prestito.” Ed ancora: “I trasferimenti di fondi, non si basano sul fatto che Israele sia uno Stato debole né, secondo la retorica vigente, l’“unica democrazia del Medio Oriente”, ma su una visione geo-politica più ampia, che considera Israele un alleato strategico americano in un’area esposta a frequenti tensioni politiche e ad influenze di movimenti integralisti islamici, dell’Iran o di Paesi non alleati degli Stati Uniti”. Come a dire che gli U.S.A. vedono in Israele un potente alleato che può aiutarli a tutelare i propri interessi legati all’area (viene il sospetto che si tratti di petrolio: l’ipotesi potrebbe essere fondata e potrebbe essere verificare analizzando le fonti di approvvigionamento delle compagnie petrolifere statunitensi!). Inoltre, a sentire Shir Hever, Israele non ha alcuna obiezione a che i Palestinesi ricevano aiuti umanitari poichè le organizzazioni che operano in tal senso, non hanno alternative al mercato israeliano per comprare i prodotti destinati ai Palestinesi e quindi a versare le tasse agli stessi Israeliani. “Questo avviene perchè tali organizzazioni trovano più conveniente acquistare prodotti in Israele non dovendo pagare ulteriori dazi di frontiera, come accadrebbe se i beni fossero importati dai paesi confinanti.” (2) Sembra allora che la politica israeliana sia quasi in contraddizione con se stessa: da un lato si oppone allo sviluppo dei territori occupati e dall’altra consente il flusso degli aiuti umanitari; ma è proprio una contraddizione o piuttosto dobbiamo considerarlo un tentativo mal celato di tenere a freno lo sviluppo traendone comunque un vantaggio?
Economia palestinese - ImpieghiConsiderando quindi introiti per 1,3 miliardi di dollari c’è da chiedersi: come impiegano i Palestinesi tali fondi? Inizialmente (anni ’90) i soldi venivano impegnati nella rete delle infrastrutture in modo da favorire lo sviluppo del futuro Stato di Palestina e scoraggiare così l’occupazione dei territori da parte di Israele; questo avrebbe agevolato la realizzazione della soluzione “a due Stati”. Israele, dal canto suo, non sembra aver mai accettato questa soluzione poiché ha continuato la sua politica di occupazione impedendo di fatto la nascita di una reale economia palestinese autonoma. Il risultato è stato l’inefficacia degli aiuti, “le rigide limitazioni per le importazioni di materiale di base e le restrizioni alla libertà di movimento dei lavoratori”. L’opposizione di Israele ad un libero mercato riguarda la possibilità che i Palestinesi possano avere a commercializzare certi prodotti con i paesi limitrofi; scavalcando il filtro delle barriere doganali israeliane, erette per proteggere il proprio mercato dall’importazione di beni a basso costo, tali beni potrebbero essere concorrenti ai prodotti israeliani. In base al Protocollo di Parigi che regola i rapporti tra Israele e l’Autorità Palestinese, le tariffe doganali israeliane, devono essere applicate anche alle importazioni palestinese identificate al confine israeliano; in tale contesto gli Israeliani raccolgono le tasse doganali e quindi le trasferisce all’Autorità Palestinese (AP). |
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Sembra però che questo passaggio non sia del tutto automatico e ogni tanto si inceppa provocando seri problemi di sopravvivenza specie nella Striscia di Gaza dove la situazione è letteralmente esplosiva. Per avere un’idea di certe implicazioni facciamo ricorso alla Sara Roy: “Oltre vent’anni più tardi, dopo accordi di pace, protocolli economici, road map e separazioni, gli abitanti di Gaza stanno ancora buttando in mare le proprie arance. E Gaza non è più il posto dove sono andata tanto tempo fa, ma un luogo molto peggiore e pericoloso. Un anno dopo il “ritiro” di Israele del 2005 dalla Striscia, salutato dal Presidente Bush come una grande occasione perché “il popolo palestinese possa costruire un’economia moderna che sollevi milioni di persone dalla povertà [e] crei le strutture e l’abitudine alla libertà”, secondo Thomas Friedman una “Dubai sul Mediterraneo”, Gaza sta subendo un grave e debilitante declino economico, verso livelli di povertà senza precedenti, disoccupazione, caduta degli scambi, deterioramento dei servizi sociali specie per quanto riguarda salute e istruzione.” A questo stato di cose com’è possibile rispondere? “I donatori internazionali stanno pagando per mantenere sotto controllo una catastrofe umanitaria mentre Israele porta avanti i propri interessi. Tutti gli attori internazionali che cercano di portare una parvenza di normalità nel mercato palestinese sono costantemente snobbati. I paesi donatori hanno cominciato a parlare di “effettività degli aiuti”, frustrati dal fatto che ogni loro sforzo di promuovere uno sviluppo nei TPO venga sabotato da Israele. Lo status quo e il relativo silenzio mediatico, permettono al governo israeliano di coprire gli occhi all’opinione pubblica internazionale. … Un accordo di libero commercio non è la sola alternativa al protocollo di Parigi. Ogni accordo che pesi sugli interessi delle parti e dia uguale rappresentanza a entrambi i lati, compresa un’unione doganale gestita ed organizzata da un comitato di israeliani e palestinesi, è preferibile a un accordo che è stato imposto unilateralmente e che solo una parte è obbligata ad accettare. … Il futuro accordo commerciale dovrà essere in grado di permettere ai palestinesi la gestione del commercio in tutti i suoi frangenti senza alcun tipo di limitazione rispetto alla provenienza, tipo di bene o quantità. Inoltre, le tasse doganali dovrebbero essere raccolte da ufficiali doganali palestinesi senza passare attraverso Israele.” (2)
Se da un lato questa sembra essere la situazione palestinese in generale, possiamo dall’altra chiederci quale sia la condizione economica di Israele; su quali pilastri poggia la sua economia, la tipicità delle sue aziende, il rapporto con i mercati internazionali.
Cominciamo con l’osservare che secondo Jonathan Nitzan e Shimshon Bichler esiste uno stretto rapporto tra l’economia israeliana e quella americana (5) in particolare, a ben analizzare l’andamento delle due borse finanziarie, nel 2006 si è dimostrata una correlazione di un coefficiente di 0,92 tra il TASE (indice della borsa israeliana) ed il NASDAQ quale culmine di una tendenza già visibile dai primi anni ’70. Per dirla con gli autori: “In linguaggio non tecnico quest’ultimo numero (ovvero il coefficiente di correlazione n.d.r.) suggerisce che, nel periodo dal 2001 al 2006 il 92 percento delle variazioni del TASE potevano essere “spiegate” con le variazioni del NASDAQ (sarebbe difficile dire il contrario). E appunto, poiché le due classi di beni hanno in comune proprietari simili, hanno fonti di guadagno simili e si trovano negli stessi pool di liquidità, non c’ è veramente ragione alcuna per cui non dovrebbero muoversi insieme.” Questo introduce un altro concetto e cioè che le società quotate nella borsa israeliana sono controllate dagli stessi operatori che controllano quelle americane; in altre parole le aziende israeliane sono controllate da investitori esterni come spiegano più diffusamente Nitzan e Bichler: “Le misurazioni economiche non importano per i capitalisti israeliani semplicemente perché sono rimasti molti pochi capitalisti “israeliani”. Dall’inizio degli anni ‘90 in poi l’apertura d’Israele sia all’esterno che all’interno, ha creato un enorme flusso di capitale in entrambe le direzioni. Imprenditori globali, corporazioni transnazionali, oligarchi russi e riciclatori di denaro sporco si sono tutti raccolti in Israele. Hanno acquistato qualsiasi cosa di valore - azioni e obbligazioni, intere società e le migliori proprietà immobiliari, squadre sportive e politici locali. Parallelamente, i capitalisti nazionali si sono diversificati all’estero: hanno preso i profitti dei propri investimenti locali e li hanno investiti fuori da Israele. Il risultato netto di questo processo bidirezionale è stata la scomparsa non solo della classe di capitalisti “israeliana”, ma anche delle società “israeliane”. Al giorno d’oggi tutti i grandi capitalisti che vivono in Israele (almeno per parte del tempo), hanno investimenti globali che spesso mettono in ombra i loro patrimoni all’interno d’ Israele propriamente. E praticamente tutte le aziende principali basate in Israele sono transnazionali - per operazioni, proprietà , o entrambe le cose. In altre parole, la questione non è che l’accumulazione israeliana sia diventata indifferente alla politica israeliana, ma piuttosto che l’accumulazione israeliana sia diventata sempre meno degli “Israeliani”. … Quindi, se il mercato azionario di Israele è al momento in crescita, non è né a causa né a dispetto della “situazione politica”. Cresce per la stessa ragione del NASDAQ. E quando il TASE va in picchiata, nuovamente, non dobbiamo cercare spiegazioni locali o regionali. Basta controllare il NASDAQ. Naturalmente, la politica israeliana continua ad aver peso in molti modi diversi. Ha importanza per le società nella lista di Tel Aviv fintanto che garantisce che la borsa possa aprire ogni mattina, e che le operazioni israeliane possano funzionare senza ostacoli. Anche la politica interna importa fintanto che interessa gli sviluppi nel Medio Oriente e quindi l’accumulazione globale, il NASDAQ e pertanto … il TASE.”
Economia israeliana - Tipicità e valore delle produzioniComunque Israele ha una economia di mercato mista ed è considerato uno dei paesi più avanzati del Medio Oriente dove è più semplice creare nuove imprese. Nel 2007 è stato invitato ad aderire all'OCSE, organismo di cooperazione fra paesi democratici e ad economia di mercato. Malgrado la limitatezza delle risorse naturali, lo sviluppo dei settori industriale e agricolo ha reso Israele ampiamente autosufficiente per la produzione alimentare. Inoltre se questo paese è un grande importatore di idrocarburi, materie prime, equipaggiamenti militari, nelle esportazioni si distingue per prodotti ortofrutticoli, farmaceutici, software, chimici, tecnologia militare, diamanti. È un leader mondiale per la conservazione dell'acqua e per l'energia geotermica. Come abbiamo già visto riceve aiuto economico dagli U.S.A. sia per sostenere il debito estero che quello pubblico. |
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Infine riportiamo uno spaccato ripreso da www.homolaicus.com secondo cui: “Priva d'un mercato interno sviluppato e di materie prime in quantità sufficiente, essa dipende in gran parte dai legami economici esteri. In ciò la produzione industriale fa la parte del leone. Il rapporto export agricolo/export industriale è passato da 1 : 6 nel 1970 a 1 : 12 nel 1987 (il valore delle esportazioni, in questo periodo, è stato moltiplicato per undici). Alla metà degli anni '80 circa il 40% dei prodotti industriali erano esportati. Se vi si aggiunge la produzione dei materiali ausiliari (imballaggi, ecc.) la cifra supera il 50%. Nel 1985 Israele era fra i dieci più grossi fornitori capitalisti mondiali di prodotti dell'industria aeronautica, di attrezzature mediche elettroniche, di materiale ottico, di articoli di gioielleria e di alcuni tipi di fertilizzanti. La competitività di questi prodotti è dovuta alla loro notevole qualità e ai prezzi modici, sostenuti dallo Stato, nonché da un corso monetario non elevato. Ciò significa che le merci israeliane non hanno sbocchi facili.
Numerose imprese dotate di impianti sofisticati si sono specializzate nella produzione di armi. Nel periodo 1981-85 esse rappresentavano il 22-25% del totale dell'export industriale e il 16-18% dell'insieme dell'export, ovvero dal 50 al 60% delle esportazioni dei prodotti forniti dall'industria di lavorazione dei metalli e dall'elettronica (settori ad alto contenuto tecnologico). Ovviamente la produzione di materiale militare non può servire da base per la specializzazione economica a lungo termine, per non parlare delle ricadute politiche o morali negative che può comportare la vendita di armi al Sudafrica, al Cile e alle peggiori dittature politiche dell'Africa e del Sudamerica. Senza il forte export industriale Israele non potrebbe sostenere un'industria bellica che attualmente occupa il 40% di tutti i lavoratori dell'industria.
L'intenzione iniziale di ripartire gli sforzi dell'export su tutto il ventaglio delle produzioni industriali o i tentativi di vendere prodotti altamente tecnologici in mercati ove la concorrenza è accanita, oggi non vengono neppure presi in considerazione. Alcune imprese che avevano cercato di guadagnare posizioni-leader in un determinato settore del commercio mondiale, non sono poi riuscite a lanciare una produzione di massa ad alta tecnicità. P.es. le imprese ELSCINT (simulatori medici) e SCITEX (computer grafici) sono fallite perchè i loro sbocchi sono stati subito saturati con merci competitive prodotte in grande quantità dalle maggiori corporazioni occidentali. Espulse dal mercato nel 1986, ELSCINT e SCITEX hanno perso, rispettivamente, 116 e 33 milioni di $. Lo Stato è intervenuto per salvarle dalla bancarotta.
Quanto agli agricoltori, essi si sono specializzati in orticoltura e frutticoltura. Approfittando del clima, Israele s'è assicurata posizioni stabili in Europa occidentale, soprattutto nel periodo invernale. La qualità e l'ampia gamma dei prodotti, le forniture rapide hanno permesso agli agricoltori israeliani di vincere la concorrenza. I fiori, consegnati in una settimana, restano ancora freschi per 7-10 giorni. Gli agrumi e il cotone hanno un ruolo-chiave nell'export agricolo. L'impresa JAFFA è conosciuta in tutto il mondo: negli anni '80 ha avuto un export di agrumi superiore di due volte a quello della Grecia e di tre volte a quello dell'Egitto. Per quanto riguarda il cotone, il suo rendimento -grazie all'applicazione di tecnologie avanzate- è p.es. di due volte più elevato rispetto a quello delle repubbliche dell'Asia centrale sovietica. Inoltre, in questi ultimi anni si sono visti apparire sui mercati mondiali nuovi prodotti dell'export agricolo israeliano: avocadi, meloni, kiwi, arachidi e alcuni prodotti dell'avicoltura.
Nell'industria leggera le imprese evitano di concorrere con gli articoli a buon mercato provenienti da Hong Kong o da Taiwan. Il monopolio tessile POLGAT esporta in Europa e negli USA prodotti più cari ma di qualità. Nel 1985, ad es., esso ha fornito i magazzini britannici "MARKS & SPENCER" di abbigliamento per un valore di 85 milioni di $. Mentre nei settori civili dell'industria ad alto contenuto tecnologico si registra uno sbocco per le seguenti specializzazioni: informatica e programmazione, mezzi di comunicazione e computer, attrezzature mediche e preparati farmaceutici, elio-energetica, produzione di tecnologie chimiche sofisticate. Attualmente questi articoli non sono ancora fabbricati su vasta scala. Molto sviluppato invece è l'export dei diamanti tagliati. Nel 1987 sono stati tagliati 8 milioni di carati, l'import dei quali costa circa 1,6 miliardi di $, mentre l'export ha fatto guadagnare circa 2 miliardi di $.
L'ente che aiuta le imprese ad affermarsi all'estero è l'Istituto israeliano dell'export, che raccoglie e diffonde informazioni commerciali relative ai mercati, alle imprese concorrenti, offre consultazioni di ogni tipo, cura la pubblicità, organizza l'esposizione dei prodotti nazionali in 50-55 fiere internazionali: dalle sfilate di moda ai saloni aeronautici. Sono sempre meno i prodotti israeliani che vengono venduti con i marchi e le etichette di altri paesi. Il "made in Israel" si sta affermando a livello mondiale.”

NOTE
(1) Intervista rilasciata da Tony Blair il 27/08/2009 a Edward Pentin inviato di Terrasanta.net nel corso della trentesima edizione del Meeting per l'amicizia fra i popoli, organizzato a Rimini da Comunione e Liberazione.
(2) Intervista a Shir Hever, economista e ricercatore israeliano per l’Alternative Information Center, redattore del bollettino economico The Economy of the Occupation (l’Economia dell’Occupazione) a cura di Sara Venturini e Cosimo Caridi (Caschi Bianchi in Israele/Palestina). Fonte: Caschi Bianchi Apg23 - 15 maggio 2008
(3) Claudia De Martino - La crisi economica internazionale ed Israele: rafforzamento dell’economia duale od occasione di nuove forme di cooperazione? Appunti ed orientamenti emersi dall’ultima conferenza commerciale arabo-ebraica.
(4) Sara Roy – L’economia di Gaza – 17 novembre 2006. Fonte: Counterpunch e www.zmag.org
(5) Jonathan Nitzan e Shimshon Bichler - L'economia d'oro israeliana - Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI
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