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Esperienze di viaggio in Terra Santa
Angela (luglio 2009) - Maria (luglio 2009) - Iris (luglio 2009) - Lidia (luglio 2009) - Loredana (luglio 2009) - Maria e Mario (luglio 2009) Sandra (luglio 2009) - Luciano e Luciana (luglio 2009) - Antonio (maggio 2009) - Francesca (maggio 2009) - Giulia (agosto 2008) - Enza (agosto 2008) - Franco (novembre 2008) Umberto (febbraio 2008) - Antonella (agosto 2009) - Sara, Maria Novella, Simone, Filippo, Annalisa (estate 1999) Alice, Sandra, Damiano (estate 1999) - Gianfranco, Lorenzo, Luca, Paolo, Carlotta, Giulia, Lisanna (estate 1999) Fabio, Eleonora (estate 1999) - Dai Frati Pellegrini di Terra Santa - Paolo (estate 2009) - Asem Khalil (marzo 2005)
Terra Santa …
Siamo partiti per la Terra Santa
con la contentezza di una bella opportunità, che si è trasformata col
trascorrere dei giorni e più ancora al ritorno, nella certezza di una grazia
grandissima: essere stati là dove Gesù è nato, vissuto, morto e risorto, dove
Dio ha scelto di farsi uomo, dove è cominciata la Sua storia con ogni uomo, e
perciò anche con ognuno di noi. Abbiamo avuto la coscienza di essere stati
proprio là dove la storia del Suo amore per noi, per ognuno di noi, ha avuto
inizio.
TERRA DI CONTRASTI
Ti abbiamo cercato per le strade della Galilea e della Giudea, nei luoghi dove sei vissuto, hai amato, hai sofferto – e Tu ci hai raggiunti, trasfigurando la nostra vita attraverso i sorrisi, le lacrime, i canti, gli abbracci e soprattutto l’’Eucaristia: c’era la gioia in mezzo a noi e ce la siamo portata a casa!
Desideravo da tempo ripetere il
Pellegrinaggio in Terra Santa per camminare di nuovo nella terra di Gesù e
ritrovarlo sulle strade sassose, nelle vie affollate, nei luoghi solitari e
silenziosi, nei volti delle persone e nelle voci di un paese talmente diverso
dal nostro!
Ciascuno di noi camminando
“sulle orme di Gesù” ha portato con sé il suo vissuto, i suoi problemi, le sue
domande … il suo mondo.
Luglio 2009; parte il
pellegrinaggio per la Terra Santa. Siamo un gruppo numeroso di pellegrini
del lodigiano.
Luciano e Luciana (luglio 2009) Alla ricerca storica e
spirituale della vita e del verbo di Cristo abbiamo scoperto un infinito
messaggio di speranza. L’intenzione di chiedere al Signore si è trasformata
nella sentita necessità di ringraziarLo per tutto ciò che ci ha donato. La
nostra fede risulta rafforzata e abbiamo la speranza di riuscire a far
germogliare e fruttificare il seme della fede nel cuore di chi ci circonda.
È stata un’esperienza fantastica. I paesaggi, le persone coi loro volti, i modi di vivere a volte tanto diversi tra le varie etnie e persino qualche forma di intolleranza, la sacralità dei luoghi dove affondano le radici della nostra fede; tutto contribuisce a dare uno spaccato di straordinarietà e nel contempo di precarietà dei rapporti tra le persone che abitano questi luoghi. C’è da chiedersi se è un miracolo che ci siano momenti, anche lunghi, di pace e serenità o se questo, piuttosto, deve costituire la normalità di un quotidiano dignitoso fatto di piena e serena convivenza!? Auspico che fra questa gente si istauri quella normale dialettica che non sia “condizionamento indotto da un più prevaricante rapporto di forza” ma che costituisca l’espressione del rispetto della dignità di tutti. Credo che ogni abitante della Terra Santa, sia esso Ebreo, Musulmano, Druso o Cristiano debba cominciare a credere veramente che vivere col proprio vicino non significhi solo sfruttarlo ma significa soprattutto prendersi cura di lui per aiutarlo a superare i suoi limiti secondo regole di convivenza leale e pacifica. D’altro canto, come la storia insegna, le armi e la violenza non hanno mai aiutato nessuno a stare meglio!! Anzi: è proprio il contrario! Come può essere possibile creare il benessere sulle macerie provocate da lutti e incomprensioni? Lutti e incomprensioni chiamano altri lutti e incomprensioni e non pace e solidarietà. Ritengo che queste considerazioni debbano essere fatte proprie da noi tutti e in special modo da chi vive in questi territori così a lungo malversati. Certo la responsabilità maggiore la detengono i “potenti della terra” ma ritengo che anche noi, nel nostro piccolo, si possa contribuire alla stessa stregua di come una goccia di pioggia contribuisca a creare il mare.
All’inizio non mi sembrava naturale e reale camminare per quei luoghi; sono abituata alle pianure della bassa e ai nostri paesaggi così diversi e calmi rispetto a quei saliscendi della Terra Santa dove, passeggiare per le strade ed i vicoli di Nazareth o Gerusalemme, sono state delle esperienze per me nuove: i mercati arabi con le loro bancarelle colorate e traboccanti di merci, gli odori delle spezie sui banchi che invadevano le strade, il profumo dei caffè all’aperto, il modo di vestire di alcuni a volte così singolare e per me inconsueto, i volti e le parole della gente che incontravo per strada e che tradivano le loro diverse origini etniche, quel vocio diffuso per le strade che metteva allegria e rendeva tutto più incredibile … insomma tutto ha contribuito a fare di questo mio viaggio in Terra Santa, un’esperienza nuova e fantastica. In quel frangente ho capito che la diversità può essere un valore concreto: modi di vivere e pensare diversi che si fondono in un unico crogiuolo multietnico e multireligioso; ho pensato che lì mi sarebbe piaciuto vivere se solo ne avessi avuto la possibilità. Vorrei proprio imitare i nostri religiosi che vivono quei luoghi con la loro quotidianità intrisa di un cristianesimo essenziale, missionario; forse non è necessario fare delle cose straordinarie. Forse a volte può bastare l’esempio di uno stile di vita come quello che Gesù ci ha insegnato e mettere in pratica la sua parola; amare cioè il nostro prossimo come se si trattasse di noi stessi. Credo che qui i Suoi insegnamenti abbiano maggiore necessità di essere praticati e questo da un senso di attualità al Suo messaggio! Quando sono stata al Santo Sepolcro siamo stati tutti attratti dal Golgota e dalla Croce. Dopo il passaggio obbligato dal luogo in cui fu issata la Croce, tanto io quanto le mie amiche e gli altri pellegrini presenti, sentivamo tutti la necessità di sedere lì accanto; una forza invisibile ci teneva uniti e vicini a quel mistero: lo spirito sembrava pervaso da un senso di pace e il pensiero della passione di Gesù rafforzava e dava senso alle Sue parole. Mi è sembrato incredibile che ci abbia amati fino a offrire la Sua vita; un agnello mansueto nelle fauci della brutalità dei potenti. Era veramente il figlio di Dio, mi sono detta; solo Lui poteva avere questo grande amore per tutti gli uomini fino a farsi ammazzare e in quei momenti ho forse intuito quale fosse l’insegnamento della Croce. Auguro a tutti di poter fare questa stupenda esperienza.
L’arrivo a Tel Aviv e l’accoglienza presso le famiglie degli scout di Betlemme sono stati calorosi. Così come calda è stata la notte a Gerico, ma il risveglio che l’alba nel deserto ci ha dato, aprendo le oscurità a un paesaggio mai nemmeno immaginato, ha ripagato tutto il sudore. E come al risveglio dopo una bella dormita, non posso dimenticare nemmeno le altre sensazioni che in tredici giorni ho provato: l’impotenza, visitando il Baby Caritas Hospital; l’emozione, percorrendo la stessa strada che i Pastori hanno fatto seguendo la stella; la devozione, toccando la stella che indica il luogo della nascita di Gesù; lo stupore, nel lo scorgere a fatica, tra tante Moschee e Sinagoghe, le cupole tondeggianti del Santo Sepolcro; l’indignazione, all’interno dello “Yad Vashem”, il museo ebraico che non smette mai di raccontare cose che credevo già sentite. Non credo che dimenticherò mai nemmeno la bellezza della Spianata delle Moschee, con i colori indimenticabili de “The Dome of the Rock” o della visione panoramica di Gerusalemme dall’orto degli Ulivi. Di grande impatto è stata anche la Via Crucis nei luoghi stessi che si dice abbia fatto Gesù fino al Calvario, che abbiamo fatto percorrendo al mattino presto i vicoli vuoti e silenziosi di una città assonnata ma pronta a ricominciare, col suo commerciare esperto e con le sue spezie che diffondono aromi per tutto il giorno colorando l’aria. Ottima l’accoglienza nelle strutture francescane, ostelli semplici, a due passi dai luoghi d’interesse ma non per questo caotici; pronti ad accogliere chiunque. Edifici che raccontano di milioni di pellegrini di passaggio, in maggioranza adulti ma anche ragazzi come noi, ognuno con la sua idea di Fede: qualcuno la trova, qualcuno la perde, qualcuno dice “almeno so che c’è, ma non so dov’è”. Palazzi che spesso racchiudono grandi segreti, come la struttura che ci ha ospitato a Gerusalemme, sul cui tetto vi era una terrazza incredibile, da cui guardare tutta la città, da cui scorgere una cupola del Santo Sepolcro, un luogo dove fermarsi e riflettere, lasciarsi stordire dai tanti stimoli, mettere in discussione ciò che si è sempre creduto o non si è mai preso in considerazione. Scuoto ancora lo zaino, esamino ogni tasca … sembra non esserci più niente, se non una domanda, sempre la stessa alla fine di una route: “cosa ho imparato? E adesso cosa posso fare?” e la risposta è sempre la stessa “testimoniare!” perché io ho vissuto i luoghi di Gesù, io mi sono sentita Israeliana e mi sono sentita Palestinese, sono stata sotto il muro ho visto quanto è alto e ho sperimentato quanto sia invalicabile, io ho mangiato il loro cibo e condiviso i sentimenti che provano loro, al di là della loro religione, della loro regione o dal colore della loro pelle. Ora lo zaino è vuoto, non c’è più niente. E’ stato tirato fuori tutto e ho rivissuto tutto. E lo zaino è pronto, per essere riempito di nuovo e partire verso nuove mete. Questa la consiglio anche a voi. Buona strada! (tratto da http://www.sangiorgiocomp.org/ROUTE%20TESTIMONIANZE.pdf)
La prima tappa, sulle tracce di Gesù, è stata Betlemme. Ospiti delle famiglie degli scout, abbiamo toccato con mano il forte disagio della gente confinata all’interno del muro di cemento, gente che non si arrende e chiede fraternità donandola per prima. Qui abbiamo visitato il Campo dei pastori; la Basilica della Natività, di grande fascino, con gruppi di pellegrini che si contendono l’angusto spazio della grotta; il Baby Caritas Hospital, un appuntamento coinvolgente, l’unica struttura pediatrica del territorio ad accogliere bambini di tutte le etnie con le loro mamme. La voglia di capire e condividere ci ha portato all’Università Cattolica per approfondire la conoscenza della realtà socio-politica. Dopo Betlemme, Gerico in una morsa di caldo umido, il Mar Morto, Qumram, poi la Galilea. Di spessore è stata la proposta di fede, vissuta con l’aiuto di quattro assistenti ecclesiastici: nel deserto del Neghev facendo strada, a Nazareth con la veglia mariana itinerante, meditando al Monte delle Beatitudini, sul battello nel lago di Tiberiade; a Baynas, sorgenti del Giordano, ai confini con la Siria e il Libano, dove Pietro riconobbe Gesù come il Messia. Quindi la salita al Monte Tabor! La cena finalmente tutta italiana, la S. Messa nel luogo della Trasfigurazione e la vista panoramica della Galilea hanno ripagato la nostra piccola fatica! … L’incontro con il presidente della Comunità ebraica italiana, la Comunità Israelo-Palestinese “Neveh Shalom” ed il Vicario generale della Custodia di Terra Santa hanno completato il nostro cammino. Resta la memoria di luoghi ed incontri che si fanno veicolo di emozioni, scoperte, amicizie, rievocazioni proficue e sentite; di tempi di riflessione e preghiera personale e comunitaria; di momenti di approfondimento di temi sociali e religiosi; di uno spirito di essenzialità e di festa sempre presente: gli ingredienti per un pellegrinaggio in stile scout che lascia il segno! Non ultima la fraternità scout internazionale: a Betlemme a suon di cornamuse, a Gerico intorno al fuoco (… a 40 gradi), a Nazareth al campo scout (finalmente) in tenda; sempre con salse e dolci in abbondanza. Come in un fuoco serale interrotto al momento opportuno, così conclusa l’esperienza in un momento magico, permane la voglia di ricominciare, di ripercorrere un itinerario in cui la bellezza dei paesaggi si intreccia con la ricchezza della storia, della cultura e delle tradizioni religiose e con il ricordo di ciò che tu hai vissuto “dentro” e ti resta nel cuore. Che si traduce nella speranza di tornare in Terra Santa! (tratto da http://www.sangiorgiocomp.org/ROUTE%20TESTIMONIANZE.pdf)
Le mie riflessioni “sono raccolte quasi per scommessa, come proposta di un percorso di fede che valga per tutti, per il cristiano, per l’ateo, per il musulmano, l’ebreo… Un percorso che offre un messaggio universale di amore di speranza, lungo un itinerario che parte dal Battesimo di Gesù e finisce alla Croce. Per me è stato un lavoro tutt’altro che facile, non sono infatti un teologo, né un biblista, sono uno che racconta e che ha viaggiato tante volte in Terra Santa, ma non volevo scrivere una guida di viaggio. Lo scorso febbraio ho deciso di viaggiare con un occhio diverso, lasciandomi emozionare dai Luoghi e dalle persone. Mi sono messo sulle tracce del viaggio di Gesù, e ho subito notato che lui poté compiere il suo percorso molto più facilmente di quanto sia oggi possibile, tra fili spinati e check points : il Cristo si mosse in una Terra percorribile, oggi quell’itinerario passa attraverso focolai di conflitto, luoghi di distruzione e senza speranza. Il viaggio di Gesù oggi è impossibile!” … “Sono convinto che la Terra Santa parli eccome a un non credente. Il rapporto con un Luogo così unico al mondo suscita per forza delle domande. Perché in quel piccolissimo Luogo è successo tutto? Lì tutto ha avuto inizio, secondo le tre grandi religioni, su una stessa roccia, toccata da Abramo a Gesù, a Maometto… Una convergenza di tante tradizioni non può non scuotere il cuore di chi si dice ateo e forse cerca delle risposte. Perché quella Terra è così Santa e anche così sanguinosa?” … “Gerusalemme mi comunica tensione, i rapporti sono ormai rigidi e impraticabili, sono diventati come dei calli che è difficile togliersi. Ricordo alcune recenti riflessioni con p. Michele dalla terrazza del convento che guarda sulla Città Santa : era chiaro che nulla si smuoveva, che la pace era sempre più lontana… Purtroppo sono convinto che non può esserci pace, anche perché da Gerusalemme la pace esploderebbe in tutto il mondo e questo non è pensabile. Per me Gerusalemme resta il luogo delle occasioni mancate. E per un cattolico è una grossa delusione.” …”Il Gesù che racconto è soprattutto l’Uomo, che ha dato avvio ad un cammino di speranza, di fede, di etica percorribile da ogni uomo : il suo viaggio è alla portata di tutti perché ispirato dall’Amore. Il cristianesimo invece parla a noi e a chi si converte, dunque restringe in qualche modo la portata del messaggio. L’idea di rappresentare Gesù come “l’Uomo di spalle” fu una grande intuizione di Pasolini, che io sento profondamente, perché tutti abbiamo bisogno di seguire Chi sa offrirci un percorso sicuro, soprattutto oggi in un tempo così incerto…Gesù offre questa strada, straordinaria nella sua semplicità : in Terra Santa si può cogliere più facilmente la proposta di questa Via e per questo auguro a tutti di farsi pellegrini.” (tratto da un’intervista di Chiara Tamagno a Franco Scaglia http://www.custodia.org/spip.php?article4391)
… Attorno ai tre poli – ebraico, cristiano e musulmano – si snodano le differenze. Di fronte a questa struttura ternaria, ci viene in mente una profezia dell’Antico Testamento riguardante Israele (Is 19, 23-25). In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria; gli Egiziani serviranno il Signore insieme con gli Assiri. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”. Vi è come la necessità di passare da due a tre: generalmente i conflitti sono a due; ma quando vi è un terzo c’è qualcosa che viene a rompere la dinamica bilaterale e costringe ad un altro punto di vista. A Gerusalemme la posizione del “terzo” è spesso cambiata nella storia, in funzione delle circostanze e in funzione dei rapporti di forza. Il dissenso, ai nostri giorni, è tra ebrei e musulmani; allora il distacco relativo dei cristiani può forse renderli adatti a svolgere questo ruolo del “terzo”. La modalità di essere cristiani a Gerusalemme è quindi istruttiva del nostro vivere la fede:
Come nel racconto di Genesi, come per la Torre di Babele, come per il popolo di Israele all’ingresso della terra: Dio ci pone accanto ad altri non occasionalmente, ma come modo strutturale di essere. Lo stile del “terzo” mi pare di poterlo ritrovare in queste parole del Card. Martini: Vivendo in un luogo di particolari sofferenze, dove vengono al pettine i nodi dell’umanità, a Gerusalemme, in Medio Oriente, abbiamo tutti un immenso bisogno di imparare a vivere insieme come diversi, rispettandoci, non distruggendoci a vicenda, non ghettizzandoci, non disprezzandoci e neanche soltanto tollerandoci, perché sarebbe troppo poco la tolleranza. Ma nemmeno – direi – tentando subito la conversione, perché questa parola in certe situazioni e popoli suscita muri invalicabili. Piuttosto “fermentandoci” a vicenda in maniera che ciascuno sia portato a raggiungere più profondamente la propria autenticità, la propria verità di fronte al mistero di Dio. A questo scopo non c’è mezzo più concreto, più accessibile, delle parole di Gesù nel Discorso della montagna. Parole che nessuno può rifiutare perché ci parlano di gioia, di beatitudine, ci parlano di perdono, ci parlano di lealtà, ci parlano di rifiuto dell’ambizione, ci parlano di moderazione del desiderio di guadagno, ci parlano di coerenza nel nostro agire (“sia il vostro parlare sì, sì; no, no), ci parlano di sincerità. Queste parole, dette con la forza di Gesù, toccano ogni cuore, ogni religione, ogni credenza, ogni non credenza. Nessuno può dire: “Non sono per me: la sincerità non è per me, la lealtà non è per me, il lottare contro la prevaricazione sui beni di questo mondo non è per me…”. E’ un discorso per tutti, che accomuna tutti, che richiama tutti alle proprie autenticità profonde, ed è quel discorso che ci permetterà di vivere insieme da diversi rispettandoci, non ghettizzandoci, non distruggendoci, nemmeno tenendo le dovute distanze, ma “fermentandoci” a vicenda. Allora, se faremo così, tutti gli uomini si riconosceranno in tali valori, si sentiranno più vicini, più compagni e compagne di cammino, sentiranno di avere in comune delle realtà profonde e vere, delle realtà che forse non avrebbero saputo scoprire senza le parole di Gesù. Allora, al di là delle differenze etniche, sociali, addirittura religiose e confessionali, l’umanità troverà una sua capacità di vivere insieme, di crescere nella pace, di vincere la violenza e il terrorismo, di superare le differenze reciproche. Sarà allora pienamente manifesto il messaggio della grazia di Dio. E sarà vicino, più vicino, il ritorno del Signore, sarà più vicina la discesa della celeste Gerusalemme, sarà possibile gridare: “Benedetto il nostro Dio, egli è colui che viene, egli è colui che ci salva”. (tratto da COMINCIANDO DA GERUSALEMME (Lc 24, 47): pluralità e ricchezza di una città amata e contesa di don Umberto Ciullo - http://terrasanta.pagiop.net/wp-content/uploads/2009/02/verso-la-terra-santa-1.pdf)
Confesso di essere una “tifosa” di Maria, la mamma di nostro Signore, e le sono ancor più grata per avermi concesso l’opportunità e la grazia di poter toccare con mano i luoghi in cui ha vissuto ed è stata sepolta. Ho potuto immaginare il suo vissuto in quella terra meravigliosa forse grazie anche al fatto che sono una mamma anch’io; certo le condizioni di oggi sono molto diverse da quelle dell’epoca in cui Maria ha vissuto, ma è molto probabile che le tribolazioni ed i momenti felici, seppure avvertiti con diversa intensità, abbiano avuto più o meno lo stesso senso benché fosse la madre di Gesù. Alla basilica dell’annunciazione ho potuto apprezzare i poveri ambienti in cui ha vissuto il grande evento della sua vita; è proprio vero che Dio si rivolge agli umili e li esalta con i suoi disegni. Pensare a cosa possa aver provato in quei momenti, pur rimanendo un grande mistero, è un fatto esaltante: Dio che si rivela ad una povera fanciulla facendole una grazia infinita e rendendo essa stessa strumento di grazia per tutti gli uomini. Da Maria ho ricevuto molte attenzioni nel corso della mia vita e quando è nato il mio Gianluca ho potuto meglio apprezzare il grande dono che ci aveva fatto dando al mondo Gesù; e per Lei deve essere stata una doppia felicità: un figlio da amare e il dono, al mondo, di uno Strumento di Redenzione. In questo senso ho capito l’aiuto che Dio ha fatto agli uomini per alleviare le loro miserie. Dandoci Gesù, per mezzo di Maria, Dio ha continuato a credere negli uomini e nelle loro possibilità ed in tutto questo la figura di Maria assume un ruolo determinante quale dispensatrice di grazie. Ecco perché sono una “tifosa sfegatata” della Madonna: con il suo SI all’angelo del Signore, Maria vince il male (Una donna avrebbe calpestato il serpente … ricordate?) cioè ci fornisce l’aiuto indispensabile a che gli uomini possano superare violenza e incomprensioni e vivere in pace tra di loro. Da qui credo che coloro che vivono in quelle terre benedette dal Signore possano partire per cominciare a parlarsi tra di loro; a noi il compito di sostenerli e pregare senza mai smettere di sperare.
Gruppo scout di Caravaggio (estate 2009)
Un’esperienza indimenticabile, che ha reso più unito il gruppo
degli scout di Caravaggio, pellegrini in bicicletta in Terra Santa. Hanno
ripercorso quest'estate, in bicicletta, le orme di San Paolo, i 18 scout del
gruppo Agesci di Caravaggio, tra i 17 e i 20 anni, accompagnati da quattro capi
e da don Alberto Maffeis, assistente Agesci della diocesi di Bergamo. In dieci
giorni hanno percorso oltre 400 chilometri per raggiungere Gerusalemme da
Damasco… I genitori erano aggiornati in tempo reale attraverso il blog del gruppo. «I chilometri sono stati in tutto 460 – sottolinea Matteo Bacchetta –: abbiamo avuto varie difficoltà tecniche, con due o tre forature al giorno e anche bici distrutte. L’acqua non è mai mancata, anche se nel deserto non è mai abbastanza. È stata un’esperienza da rifare. Per una volta abbiamo provato a essere dalla parte dello straniero: capisci tante cose». Conclude Alberto Guerrerio, uno dei capi del gruppo: «Grazie a questa esperienza abbiamo superato alcuni pregiudizi su quelle culture. Ci ha colpito soprattutto l’altruismo: appena sostavamo, subito la gente si fermava a chiederci se ci serviva aiuto». (Tratto da http://www.ecodibergamo.it/stories/Tempo%20Libero/90190_scout_in_bici_in_terra_santa/)
Sara, Maria Novella, Simone, Filippo, Annalisa (estate 1999) ricavare un'impressione sulla settimana di pellegrinaggio trascorsa in Terra Santa, ci siamo soffermati a riflettere su un aspetto che, in modo ambivalente, ci ha accompagnati nel corso del nostro viaggio: la confusione. Inizialmente siamo stati disorientati per il fatto di trovarci in un luogo per noi tanto sacro, in cui però la vita scorreva in modo normale, i rumori si avvicendavano, i colori dei mercatini, i profumi delle spezie, le curiosità dei turisti ci distraevano.Con fatica però siamo anche riusciti a gustare la bellezza dei molti momenti d'intimità col Signore e di inaspettata piacevolissima comunione tra noi, nonostante l'eterogeneità dei membri del gruppo.L'impressione che portiamo nel cuore è quella di un viaggio che ci ha accomunato a tanti fratelli e che, a differenza di ogni comune bellissima vacanza, è cominciato proprio col nostro rientro a casa.
Alice, Sandra, Damiano (estate 1999) siamo partiti per la Terra Santa non sapevamo a cosa saremmo esattamente andati incontro, ad esempio per alcuni il volo in aereo ed il viaggio all'estero erano esperienze del tutto nuove.E' difficile spiegare le sensazioni che si provano in una situazione del genere; innanzitutto una sorprendente unità del gruppo, di per sé estremamente eterogeneo, che ci ha permesso di vivere in serenità ed allegria tutto il pellegrinaggio, poi il clima spirituale senz'altro disturbato da mille fattori esterni ma anche stimolato dalla peculiarità dell'esperienza. In realtà i luoghi sono molto diversi da come ci si possano immaginare, inglobati e spesso stravolti dalla vita dei popoli residenti, dal commercio e dalle selvagge architetture.Quello che resta dopo un momento di smarrimento è probabilmente che la cosa veramente importante è vivere quel Vangelo che oggi sentiamo più nostro nella vita seguendo i passi di Gesù al di là di ogni luogo e di ogni testimonianza materiale per altro superflua per la fede. E poi il ritorno, contenti e tristi al contempo, ansiosi di rivedere i nostri luoghi con occhi rinnovati dal pellegrinaggio ma dispiaciuti di lasciare quel particolare, massacrante, bello, intenso stile di vita, i nuovi amici, i luoghi, persino la guida e l'autista!
Gianfranco, Lorenzo, Luca, Paolo, Carlotta, Giulia, Lisanna (estate 1999) il giorno in cui siamo partiti, solo pochi di noi sapevano cosa aspettarsi veramente da un pellegrinaggio in Terra Santa... un'esperienza come questa infatti è senza dubbio del tutto particolare e ricca di emozioni che riescono a colpirti davvero nel profondo. Visitare luoghi nei quali sono presenti culture, religioni e usanze totalmente diverse le une dalle altre e allo stesso tempo così distanti dalla nostra quotidianità, ci ha dato l'opportunità di comprendere meglio differenti modelli di vita confrontandoli anche con la mentalità del paese in cui siamo cresciuti. In tal modo questi giorni trascorsi insieme non saranno solo il ricordo di momenti piacevoli e spensierati, ma rappresenteranno per noi un continuo spunto di riflessione.
è una città fantastica, affascinante, e il centro attorno a cui ruotano tre tra le maggiori religioni del mondo; è un crogiuolo di razze, usi e costumi e per noi, che l'abbiamo visitata prima di tutto come pellegrini, è un santuario della fede. Ma contrariamente a quanto ci eravamo immaginati, niente di quello che un pellegrino visita è originale e questo è stato per noi una delusione. Non è rimasto niente di ciò che era al tempo di Cristo, niente di sicuro per lo meno, ma se uno si ferma e pensa all'importanza di quello che accadde in quei luoghi, o lì vicino, a ciò che Gesù disse e a ciò che questo significa per la nostra fede, allora riesce anche ad apprezzare quelle presunte reliquie oggetto di liti, guerre e flash di turisti ingordi di un altro souvenir. (tratto da http://www.ilfilo.net/terrasanta99.htm)
Dai Frati Pellegrini di Terra Santa Carissimi pellegrini, oggi rivivete il vostro pellegrinaggio in Terra Santa, meraviglioso dono di grazia, consapevoli che questa esperienza rimane un continuo, efficace processo di conversione personale. Ogni vostro incontro vi riporta spiritualmente a ripercorrere le orme di Gesù, seguire i suoi passi e oggi voi lo avvertite presente nella vostra vita, nella vostra storia quotidiana per facilitarvi il cammino. E Cristo stesso si affianca in questo cammino, insieme alla vostra guida, come con i discepoli di Emmaus, a spiegarci le Scritture e a spezzare il pane. E lo ritrovate soprattutto oggi, perché avete scelto di incontrarvi per riscoprire la fede e viverla nelle sofferte gioie di ogni giorno. Il vostro passare per la Terra Santa è stato una esperienza coinvolgente tutta la persona e certamente influisce anche su tutto il resto della vita, perché essa non si è consumata solo nelle eccezionalità di quel momento ma continuerà nel vivere quotidiano, proprio quando si pensa che il pellegrinaggio sia finito. Per questo il vero pellegrinaggio comincia quando si ritorna alle proprie case, e si prolunga nei vari incontri di fede e in tutti i momenti della liturgia del vivere quotidiano. Ogni celebrazione della Parola ha una efficacia particolare se immaginate di viverla nei luoghi dove è fiorita: avvertirete così penetrare profondamente nell'animo soprattutto lo scenario colorato del lago di Gesù che, insieme alle colline circostanti e ai resti delle città evangeliche, protetti dalla immensa cupola del cielo, forma il tempio che nessuno potrà mai distruggere. La stessa indicibile commozione si prova ascoltando il vangelo, pensando al Cenacolo, al Tabor, a Emmaus, alle Beatitudini, a Cana e nella Sacre Grotte di Betlemme, di Nazareth, del Pater, nel Santo Sepolcro. Ogni sosta alle principali memorie storiche che ricordano la presenza o il passaggio di Gesù possiede una suggestione che tocca profondamente il pellegrino. Cosicché oggi, dopo aver contemplato i luoghi che sono stati teatro della nostra redenzione, troverete più gioioso e fecondo ascoltare il vangelo e più facile viverlo: E' questa la vera grazia del pellegrinaggio in Terra Santa. Purtroppo, come insistentemente e ferocemente ci mostrano i mezzi di comunicazione, Gesù continua a morire nei campi, per le strade, nelle case, ucciso dalla malvagità dell'uomo, e i cristiani, come i discepoli dopo la cattura di Gesù, continuano a fuggire. I francescani, per volontà dello stesso San Francesco e in seguito per disposizione dei Papi da otto secoli umili e coraggiosi custodi del santi luoghi, sono preoccupati di trovarsi, in un futuro non lontano, non pastori di cristiani ma custodi di musei. Non ci sarà Terra Santa senza cristiani. Per questo mi unisco alle vostre preghiere perché il Signore possa soffiare il suo Spirito di pace su questo mondo inquieto e tutti i cristiani possano offrire lieta, gioiosa, libera testimonianza della loro fede in Cristo Gesù nostro Salvatore. (tratto da:Messaggio ai pellegrini ritornati dalla Terra Santa - http://www.vetranaterrasanta.com/Notizie_terra_Santa/Messaggio_aipellegrini.htm)
Per tutto il pellegrinaggio la mente ed il cuore sono stati costantemente “in tumulto” per l’emozione di vivere i passi di Gesù nella Sua terra natia. Ogni cosa che vedevo, toccavo, sentivo, mi ricordavano che anche Cristo le aveva vissute: certo, in un’altra epoca, ma a me sembrava di poter avvertire la Sua umanità tra le vie delle città, nel deserto a Gerico, nella casa di Pietro a Cafarnao e, soprattutto, durante la Sua agonia nel Getsemani. Si, quello che mi ha profondamente colpito è stato soprattutto la possibilità di avvertire molto chiaramente l’umanità di Gesù; l’ho sentito molto vicino con le Sue fragilità tanto simili alle mie e ne sono stato contento. Mi dicevo che forse la mia fede era normale che fosse “ballerina”, pervasa di dubbi, di paure, di poche certezze e di costante ricerca; riuscivo a capire finalmente anche i dubbi di Pietro, le sue debolezze, le sue perplessità ed i suoi limiti del tutto identici ai miei. In una sola parola, direi la nostra comune umanità che alterna slanci di impeto a paure inconfessabili, esaltazioni alternate a momenti di dubbio, una continua altalena quotidiana portata avanti solo perché ispirata dalla Grazia e spinta dalla convinzione che, tutto sommato, siamo qui comunque per fare la Volontà di Dio. Credo che semplicemente occorra prendere coscienza di questo e che continuiamo a portare la nostra croce come il Figlio dell’Uomo ci ha insegnato. Nel Getsemani lo ha spiegato proprio bene: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!” e, rivolgendosi agli apostoli: “Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Matteo 26,39-41) Insomma: la consapevolezza dei limiti della propria umanità (del tutto simile alla nostra), superati dalla incrollabile fede nei disegni del Padre. Forse a noi molto spesso i disegni del Padre sembrano un mistero imperscrutabile, un limite invalicabile che la nostra mente non riesce neanche a concepire minimamente e, tuttavia, è proprio qui che la fede può darci una mano. La fede come consapevolezza di vivere comunque in un disegno di Dio che ci vede protagonisti al di là dei nostri limiti umani. Che l’amore di Dio sia sempre con tutti voi.
«Noi siamo profondamente consapevoli della vocazione della Chiesa di Gerusalemme ad essere una presenza cristiana in mezzo alla società, sia essa araba musulmana sia ebreo-israeliana». Con queste parole, Michel Sabbah, il patriarca latino di Gerusalemme, insieme alla Commissione Teologica diocesana, concluse le «Riflessioni sulla Presenza della Chiesa nella Terra Santa», pubblicate il 3 dicembre 2003. Gli eredi della prima comunità cristiana si distinguono per il loro numero ridotto (appena 2,5% della popolazione totale della Terra Santa) e dalla loro divisione (13 diverse Chiese con sede a Gerusalemme). Tuttavia, la Chiesa di Gerusalemme è la prima, e la madre di tutte le Chiese. I cristiani, con la loro vita e presenza, continuano a testimoniare quel messaggio di pace predicato dall’ebreo di Nazareth sulle strade della Palestina: «Amatevi gli uni gli altri». Un messaggio che non perde di attualità dopo venti secoli. Il rapporto dei cristiani con ebrei e musulmani nella Terra Santa è una sfida ma è anche una vocazione. La Chiesa cattolica insegna che il dialogo con gli ebrei è cosa distinta dalle scelte politiche dello stato d’Israele. La Chiesa locale di Gerusalemme, però, si distingue per il fatto di essere l’unica che incontra le persone ebree in uno Stato che è definito come ebreo e dove gli ebrei ricoprono i poteri della maggioranza (una realtà che si data dal 1948). Inoltre, il conflitto in corso tra israeliani e palestinesi, significa che l’identità nazionale della maggior parte dei cristiani è bloccata dal conflitto con l’identità nazionale della maggioranza degli ebrei. Dall’altra parte, le relazioni tra musulmani ed arabi cristiani nella Terra Santa sono animate da due principi. In primo luogo, l’arabo, sia cristiano o musulmano, appartiene ad un unico popolo, che ha in comune una lunga storia, la lingua, la cultura e la società. In secondo luogo, gli arabi cristiani sono chiamati ad essere testimoni della loro fede nella società araba e musulmana. Nella vita quotidiana, anche se le relazioni tra cristiani e musulmani sono generalmente buone, ci sono delle difficoltà e delle sfide che devono essere confrontate. Tra queste la reciproca ignoranza, un’autorità carente che produce insicurezza, la discriminazione e quella tendenza all’islamizzazione di certi movimenti politici che mettono in pericolo non solo i cristiani ma anche molti musulmani che desiderano una società aperta. I cristiani della Terra Santa hanno una vocazione: essere sempre una comunità di riconciliazione perché «fare la pace non è una tattica ma uno stile di vita». La Chiesa locale incoraggia l’arabo cristiano all’integrazione, vivendo la complessità della sua identità cristiana, come arabo e come cittadino, occupando il proprio posto nella vita pubblica ed aiutando allo sviluppo della società. Essi condividono le speranze e le aspirazioni dei loro popoli in mezzo alla violenza e alla disperazione. L’invito di Giovanni Paolo II a «costruire ponti e non muri» è valido oggi più che mai perché i muri costruiti nei cuori degli abitanti della Terra Santa sono difficili da superare, molto più di quel muro che separa gli agricoltori dai loro campi, i giovani dalla loro scuola, la donna incinta dall’ospedale. (tratto da: Cristiani in Terra Santa una presenza da sostenere - http://www.toscanaoggi.it/notizia_3.php?IDNotizia=4688&IDCategoria=291)
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