Il Rapido 904

 

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La strage del Rapido 904

La strage del Rapido 904

L’ultimo atto della strategia della tensione si fa risalire alla strage del Rapido 904 detta anche la strage di Natale. È infatti il 23 dicembre del 1984 e, presso la galleria di San Benedetto di Sambro, un treno proveniente da Napoli e diretto a Milano (uno dei tanti treni della speranza per migliaia di emigranti italiani!) è oggetto di un attentato terroristico così come era già avvenuto dieci anni prima, nello stesso posto, con la strage dell’Italicus. La Commissione Parlamentare sul Terrorismo identifica questo atto sanguinario come il collegamento tra gli anni di piombo (si intende quel periodo degli anni '70 in cui l'insoddisfazione per la situazione politico-istituzionale sfociò in violenza di piazza e in lotta armata; fu attuata da cura di gruppi terroristici con l'obiettivo di creare le condizioni per influenzare o sovvertire gli assetti istituzionali e politici del Paese) e l’epoca di guerra di mafia (primi anni novanta). Sono le 19:08 e la bomba, esplodendo, produce diciassette morti e duecentosessantasette feriti, un’ecatombe. I passeggeri erano emigranti che tornavano a casa o viaggiatori che si recavano in visita a parenti. Ma questa volta, al contrario che dell’Italicus, la bomba viene fatta esplodere sotto la galleria per amplificarne l’effetto detonante; lo scoppio provoca uno spostamento d’aria che manda tutti i finestrini in frantumi e fa sembrare che la montagna sussulti. Viene attivato il freno d’emergenza ed il controllore Gian Claudio Bianconcini chiama i soccorsi col telefono posto nella galleria. Era il suo ultimo viaggio prima della pensione e sopravvivrà alla strage.

“Nonostante le condizioni ambientali estremamente avverse, l'opera di soccorso e l'operato dei soccorritori furono ammirevoli per l'efficienza dimostrata, tanto che poco dopo il servizio centralizzato di Bologna Soccorso sarebbe diventato il primo nucleo attivo del servizio di emergenza 118. Alla grande abilità ed organizzazione delle forze dell'ordine e dei soccorritori si aggiunse anche una certa fortuna: cominciò a nevicare solo dopo la conclusione delle operazioni di trasporto, e il vento soffiò i fumi dell'esplosione verso sud, rendendo possibile l'accesso dal lato bolognese da cui arrivavano i soccorsi. Le attrezzature dei vigili del fuoco prevedevano solo bombole con mezz'ora di autonomia, che altrimenti sarebbero state insufficienti.” (1)

La Procura della Repubblica di Bologna predispose le perizie del caso ed ebbe modo di sentire un testimone che riferì di aver visto, presso la stazione di Firenze, due persone sistemare proprio nel vagone dell’esplosione due borsoni. Gli atti furono trasmessi a Firenze che proseguì nelle indagini. Nel marzo del 1985 a Roma vengono arrestati Guido Cercola e il pregiudicato Giuseppe Calò, detto "Pippo", noto per aver avuto rapporti con la mafia; di lì a poco venne scoperto il covo dei due, a Rieti, e nella cantina vengono rinvenuti armi ed esplosivi compatibili con quelli usati a San Benedetto. Il 9 gennaio 1986 il Pubblico Ministero Pierluigi Vigna attribuisce la strage a Calò e Cercola poiché sarebbe stata compiuta “...con lo scopo pratico di distogliere l'attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta alle centrali emergenti della criminalità organizzata che in quel tempo subiva la decisiva offensiva di polizia e magistratura per rilanciare l'immagine del terrorismo come l'unico, reale nemico contro il quale occorreva accentrare ogni impegno di lotta dello Stato.”

Per raccontarvi il resto dell’evoluzione del processo vi riportiamo quanto reperito nel WEB; da qui si evince bene che effettivamente quest’ultimo evento criminoso riporta le basi per un collegamento tra gli attentati terroristici degli anni di piombo e le guerre di mafia che si scateneranno di li a poco per il controllo degli affari.

“Vennero a galla diverse linee di collegamento tra Calò, mafia, camorra napoletana, gli ambienti del terrorismo eversivo neofascista, la Loggia P2 e persino con la Banda della Magliana: questi rapporti vennero esplicitati da diversi personaggi vicini a questi ambienti, tra cui Cristiano e Valerio Fioravanti, Massimo Carminati e Walter Sordi. Le deposizioni che spiegavano i legami tra questi tre ambienti della criminalità emersero al maxiprocesso dell'8 novembre 1985, di fronte al giudice istruttore Giovanni Falcone.

 

La Corte di Assise di Firenze il 25 febbraio 1989, comminò la pena dell'ergastolo per Pippo Calò, per Cercola e per altri personaggi legati ai due (Alfonso Galeota, Giulio Pirozzi e Giuseppe Misso, boss della Camorra detto Il Boss del Rione Sanità), con l'accusa di strage. Inoltre, decretò 28 anni di detenzione per Franco Di Agostino e 25 per Schaudinn, più una serie di altre pene a altri personaggi emersi dall'inchiesta, per il reato di banda armata.

Il secondo grado venne celebrato dalla Corte di Assise di Appello di Firenze, con sentenza emessa il 15 marzo 1990 da una commissione presieduta dal giudice Giulio Catelani. Le condanne all'ergastolo per Calò e Cercola vennero confermate, e anche Di Agostino si vide la pena commutata in ergastolo. Misso, Pirozzi e Galeota vennero invece assolti per il reato di strage, ma condannati per detenzione illecita di esplosivo. Il tedesco Schaudinn venne invece assolto dal reato di banda armata, ma rimase incolpato della strage e condannato a 22 anni.

Il 5 marzo 1991 la 1a sezione della Corte di Cassazione presieduta dal discusso giudice Corrado Carnevale annullò la sentenza di appello. Il sostituto Procuratore generale Antonino Scopelliti era contrario e mise in guardia i giudici dal far prevalere l' impunità del crimine.

La strage del Rapido 904

Carnevale rinviò comunque di nuovo a giudizio gli imputati presso un'altra sezione della Corte d'Assise di Firenze. Quest'ultima il 14 marzo 1992 confermò gli ergastoli per Calò e Cercola, condannò Di Agostino a 24 anni e Schaudinn a 22. In compenso, Misso si vide la condanna commutata a tre soli anni per detenzione di esplosivo, mentre le condanne di Galeota e Pirozzi vennero ridotte a un anno e sei mesi: tutti e tre vennero assolti dai reati di strage.

Quello stesso giorno, Galeota e Pirozzi, insieme alla moglie Rita Casolaro ed alla moglie di Giuseppe Misso, Assunta Sarno, stavano ritornando a Napoli quando, durante il viaggio, incorsero in un agguato: la loro auto fu speronata e mandata fuori strada da alcuni killer della camorra che li seguivano sull'autostrada A1, all'altezza del casello di Afragola/Acerra, alle porte di Napoli. Le armi da fuoco dei killer lasciarono sul terreno Galeota e la Sarno, quest'ultima addirittura con un colpo di pistola in bocca. Soltanto Giulio Pirozzi e sua moglie riuscirono miracolosamente a uscire vivi da quella che fu una vera e propria esecuzione di camorra, anche grazie al sopraggiungere di un’auto della polizia stradale dal senso inverso di marcia, che così impedì ai killer di completare il lavoro, e gli assassini si dileguarono. Pirozzi, benché ferito gravemente, si salvò anche perché si era finto morto nel corso della sparatoria.

La 5a sezione penale della Cassazione il 24 novembre 1992 confermò la sentenza, riconoscendo la "matrice terroristica mafiosa".

Il 18 febbraio 1994 la Corte di Assise di Appello di Firenze concluse il giudizio anche per il parlamentare dell'MSI Massimo Abbatangelo, la cui posizione era stata stralciata dal processo principale. Abbatangelo fu assolto dal reato di strage, ma venne condannato a sei anni di reclusione per aver consegnato dell'esplosivo a Giuseppe Misso, nella primavera del 1984.

Le famiglie delle vittime fecero ricorso in Cassazione contro quest'ultima sentenza, ma persero e dovettero rifondere le spese processuali.

Guido Cercola si è suicidato in carcere a Sulmona il 3 gennaio 2005, soffocandosi con dei lacci di scarpe. Rinvenuto agonizzante in cella, morì durante il trasporto in ospedale.”. (1)

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“La ricostruzione del quadro processuale, come emerge dal lavoro delle Commissioni Parlamentari (v. anche le relazioni della Commissione presieduta dal Sen. Pellegrino) colpisce la evidente distrazione e in alcuni casi volontà di settori delle Istituzioni, di non fare piena luce sulle vicende di stragismo.

Noi non vogliamo dimenticare che invece dietro a questi orrori c’è stato un disegno preciso, volto a generare terrore, a condizionare la libera determinazione dei cittadini nell’esprimere la loro volontà politica, usando il sangue invece del confronto politico.

Non vogliamo dimenticare che la Giustizia alla fine ha condannato i Familiari delle Vittime al pagamento delle spese processuali, permettendo che personaggi implicati in vicende di tale gravità, facciano ancora parte della vita politica del paese.

Non vogliamo dimenticare che le Autorità territoriali non ci sono state vicine per mantenere la “Memoria Storica” di questa vicenda, testimoniando che solo attraverso la consapevolezza la cultura civile può contrastare la reiterazione di tali strategie che, purtroppo, oggi ritornano a turbare la vita del nostro Paese.

Non vogliamo dimenticare che solamente facendo luce su questa ed altre stragi, altri innocenti forse saranno risparmiati e che il silenzio della morte risuonerà di voci di Verità e di Giustizia.” (2)

 La strage del Rapido 904

 

 

(1) Tratto da wikipedia il 14/12/2009

(2) Tratto da reti-invisibili.net – La strage del Rapido 904 – il 14/12/2009

 

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