Questura di Milano

 

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La strage alla Questura di Milano

 

La strage alla Questura di Milano

L’esplosione di un ordigno squarciò il silenzio di quella mattina del 17 maggio 1973 provocando la morte di quattro persone ed il ferimento di altre cinquantadue.

“Alle 11 del mattino di quel giorno, in Via Fatebenefratelli, davanti alla Questura di Milano, mentre si svolgeva la cerimonia in memoria del commissario Luigi Calabresi ucciso un anno prima, dopo che il Ministro dell'Interno Mariano Rumor aveva scoperto il busto dedicato al funzionario ed era andato via in auto, un grosso ordigno esplode in mezzo alla folla di persone ancora riunite per la celebrazione. L'effetto della deflagrazione è devastante: 52 persone rimangono ferite e quattro muoiono.” (1)

“Lì, poco distanti, accanto al vigile Bernareggi c'è l'appuntato Federico Massarin: entrambi hanno 33 anni, sono appoggiati spalle al muro. «Muoviamoci che se qui iniziano a tirare pietre, finisce che si menano», dice Bernareggi al collega, poi si volta e vede qualcosa volare dall'altra parte della strada in direzione del portone: «Non pensai a una bomba, mi vennero in mente solo i sassi». In quel momento Bernareggi entra nella storia d'Italia: perché quell'oggetto che parte dall'altro lato della strada non è un sasso, ma una bomba a mano di fabbricazione israeliana, una micidiale bomba "ananas" a frammentazione. Il lanciatore è troppo distante per centrare l'auto di Rumor, e per di più lancia male: la bomba rotola a fianco del portone ed esplode proprio contro quel muro contro il quale Bernareggi e Massarin chiacchieravano.

L'esplosione provoca due grossi buchi nel muro e un mare di micidiali schegge. Pochi istanti dopo un fotografo immobilizza per sempre quattro corpi martirizzati: «Il muro di via Fatebenefratelli tempestato di schegge, nel mezzo due buchi più grandi, il punto dove esplose la bomba lanciata da Gianfranco Bertoli. Quattro persone per terra, rivoli e schizzi di sangue sul marciapiede. Due donne accasciate (si chiamavano Gabriella Bortolon e Felicia Bertolozzi, poco distante, fuori dall'obiettivo del fotografo, c'è un'altra vittima, il pensionato Giuseppe Panzino). E poi, uno accanto all'altro, sdraiati supini, l'appuntato Masarin, con una espressione incredula. E il vigile Bernareggi, con i pantaloni stracciati, la suola delle scarpe sfondata dal botto, sangue che esce anche da lì» [Marco Imarisio, Corriere della sera, 17 maggio 2003]. Bernareggi è l'unico sopravvissuto di quella foto: si è voltato, e per questo non ha preso le schegge in volto, ma sulla schiena. Viene dato per spacciato per il troppo sangue perso, gli danno due volte l'estrema unzione, ma si salva: ha ancora, nel corpo e nelle gambe, 130 schegge. C'è una seconda foto negli archivi della memoria: Gianfranco Bertoli, l'attentatore, bloccato dalla folla pochi secondi dopo il lancio. È quasi indifferente, non ha cercato di scappare: sembra lì per caso. Confrontate la sua espressione con quella dell'anonimo cittadino che, alle sue spalle, allunga un braccio per afferrarlo” (3) Dalla foto non si capisce chi dei due sia l’attentatore e solo dopo si scoprirà che lo scoppio era stato causato da una bomba a mano. “L'attentatore venne immediatamente immobilizzato ed arrestato; si trattava di Gianfranco Bertoli (un anarchico e informatore dei Servizi Segreti Italiani, seguace delle teorie di Max Stirner). Bertoli si definì un anarchico "stirneriano". Dichiarò più volte che il vero scopo del suo attentato era l'eliminazione del Ministro Rumor, la cui uccisione avrebbe vendicato gli anarchici perseguitati.” (1)

 

La strage alla Questura di Milano                    La strage alla Questura di Milano                        La strage alla Questura di Milano - On. M. Rumor

 

Su quest’ultima affermazione fatta dal Bertoli occorre fare un’osservazione considerando che nella fase istruttoria, il massacro fu da subito non attribuito agli anarchici ma “all’intervento di rami deviati dei servizi segreti e (a seguito di) contatti con gruppuscoli di estrema destra. Il fatto che Bertoli fosse stato armato dall'estrema destra dietro spinta dei servizi segreti fu la tesi sostenuta dall'istruzione (condotta Antonio Lombardi) e confermata dal primo processo(2)” Quindi c’erano forti sospetti del PM G. Salvini che dietro l’eccidio ci fosse ancora l’ombra del SIFAR. Questa tesi era anche confermata dal fatto che il Bertoli fosse un informatore di vecchia data avendo collaborato prima con i Carabinieri (quando era militante del PCI) e successivamente con i Servizi di Sicurezza oltre ad aver avuto contatti con simpatizzanti di destra (come da testimonianze di Vincenzo Vinciguerra e Roberto Cavallaro). “Ciononostante, durante il processo di appello a Bertoli, questa ipotesi fu rovesciata e l'ipotesi del "anarchico isolato" prese piede, tesi riaffermata costantemente dallo stesso Bertoli. Gli anarchici condannarono il suo gesto e anche il Bertoli convenne col tempo che era stato un errore.” (1)

 

La strage alla Questura di Milano - Corteo anarchico

 

(1) Tratto da wikipedia il 14/12/2009

(2) Articolo sulle conclusioni del processo a Bertoli, da Repubblica del 21 marzo 1995.

(3) Tratto da Reti-invisibili.net il 14/12/2009

 

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