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     Pino Daniele - Sicily

Diradando le tenebre della povertà si rischiara la strada della Pace

Ovvero la relazione che intercorre tra Pace e Solidarietà

tratta da www.geco.ilcannocchiale.it

Qualche giorno fa abbiamo avuto modo di ascoltare l’omelia del Card. Tettamanzi, in occasione della celebrazione, nel duomo di Milano,  della Giornata della Pace che quest’anno è caduta in un periodo piuttosto turbolento e insanguinato dal conflitto palestinese-israeliano. Molte bellissime parole del tutto condivisibili, un discorso toccante ed appassionato, incastonato in un quadro d’insieme occasionato dall’incontro delle “diverse famiglie spirituali e confessionali dell’unica Chiesa del Signore.” (1) Auspichiamo mille di questi incontri per poter condividere altrettante bellissime  idee di pace e fratellanza fra i popoli e le nazioni. Partendo da quelle bellissime parole e fatte salve le istanze contenute nel discorso nel suo complesso, vogliamo qui prendere ad esempio il titolo dell’omelia, seppure rovesciato, per dar corpo ad un approccio che parta dalla situazione reale e definisca gli aspetti più generali; molto semplicemente, con questo intendiamo affermare la necessità di definire il rapporto tra Pace e Carità considerando la seconda come il grimaldello che occorre all’umanità per scardinare quanto si frappone tra essa ed un mondo di pace. Vogliamo cioè ritenere la Carità uno strumento che ci consenta di eliminare “lo schermo delle distanze, in maniera tale che noi ci sentiamo veramente coinvolti nella sorte di quegli uomini e di quelle donne che, lontani (o vicini) da noi, sono vittime della guerra o delle ingiustizie.” (2) E quando consideriamo le ingiustizie lasciatemi dire che la povertà è un’ingiustizia, che la fame è un’ingiustizia, che la mancanza o la negazione della dignità dell’uomo sono un’ingiustizia, che l’attenzione esclusiva al proprio tornaconto è un’ingiustizia e che c’è un unico filo conduttore che unisce tali ingiustizie e che consiste nella negazione dei diritti basilari dell’uomo.

“I progetti che incrementano il bene dell'umanità o la buona volontà tra i popoli, sono un passo verso l'attuazione della solidarietà per cui la sfida che è di fronte a tutti noi è quella di assumere un atteggiamento di solidarietà sociale con l'intera famiglia umana e di affrontare secondo tale atteggiamento tutte le situazioni politiche e civili.” (3) Occorre, in altre parole, un salto di qualità nei rapporti che trascendendo le razze, le religioni, il sesso, lo status sociale e la parte politica, si ponga come obiettivo il superamento delle divisioni e ponga come elemento centrale il “bene comune e la dignità di vita” di tutti gli esseri umani.

Ora, questo discorso, scevro da ogni considerazione di tipo confessionale, può costituire il sentire comune su cui poggiare i pilastri di sostegno della Casa della Pace a condizione che le fondamenta siano profonde, stabili e cementate con la solidarietà. Se questa è una condizione che possa accomunare un mondo laico (che ritenga comunque universali i diritti dell’uomo!), d’altro canto tutte le religioni hanno alla base il riferimento ad un Dio che, a prescindere da come lo si chiami, deve necessariamente costituire la stessa entità per tutti e quindi è plausibile che l’intera comunità dei credenti si senta accomunata da questa fratellanza indotta da fatto di avere un unico Padre comune. Quindi il primo passo è la comunione di tutti i credenti che avendo un unico Padre comune, abbia la forza e l’intelligenza di abbracciare anche chi non crede poiché a comandarglielo è la sua stessa fede in Dio Padre.

Fatta questa premessa, si intuisce allora che la strada verso la pace deve essere tracciata con lo scalpello della solidarietà; non posso credere che l’umanità continui imperterrita a comportarsi come fratelli degeneri in cui l’unica legge sia quella della giungla secondo cui “la tua morte sia la mia vita”. Non è più ammissibile che pochi ricchi tengano segregati ed affamati milioni di fratelli in nome del profitto e dell’accumulo di ricchezza; è incredibile che alcune minoranze tengano soggiogati milioni di persone in condizioni di povertà indicibile. Oggi tutto questo non è moralmente accettabile, non è più tollerabile e deve anche essere velocemente superato perché la Pace non può più essere ne una chimera o un mito trascendentale ne messa continuamente in pericolo per la mancanza di solidarietà verso i propri simili. Infatti, chi vive costantemente in una situazione di indigenza prima o poi si trova a rivendicare un posto alla tavola della storia deciso non solo a soddisfare la propria fame ma anche a reclamare dignità e giustizia da tutti coloro che fingono di non vedere la sua situazione e che continuano imperterriti a vivere nell’opulenza più sfacciata.

 Come diceva tempo addietro il Macchiavelli esistono due paure:

  1. quella dei governati che temono le angherie di chi governa e quindi tendono a sottomettersi perché temono sorti peggiori per se ed i propri cari;
  2. e poi c’è la paura del tiranno che governa il quale, a “tirare troppo la corda”, potrebbe incappare nelle ire dei governati i quali, non avendo più nulla da perdere, potrebbero far valere le loro ragioni con la violenza e quindi spodestare l’ordine stabilito in precedenza.

La teoria del tanto peggio tanto meglio, quindi, non sembra che paghi. Ne tanto meno l’assenza di “empatia” nei rapporti tra le persone può garantire il miglioramento del clima ed il superamento dei problemi; anzi, secondo la “profezia auto-avverantesi”  è vero il contrario. Andiamo al rapporto capo ufficio / collaboratore e facciamo un esempio per capire cosa dice questa “profezia” che, nell’esperienza di tutti i giorni, dimostra che quando non c’è empatia e fiducia tra le persone, i loro rapporti possono solo peggiorare. E allora supponiamo che in un reparto di un’azienda arrivi un nuovo capo ufficio il quale, pensando che un certo impiegato non faccia il suo dovere fino in fondo, dica a quest’ultimo che gli sta per affidare un lavoro, che lo vuole al più presto, che questo lavoro deve essere fatto con certi criteri di qualità e che sarà lui stesso (il capo) a controllare il risultato! Dal canto suo l’impiegato, essendo una persona con una certa esperienza e quindi con una buona dose di autonomia operativa acquisita con l’esperienza, penserà sicuramente: “Ecco, lo sapevo! L’ultimo che arriva vuole sempre controllare quello che faccio pur non capendo nulla del lavoro che svolgo da anni! Ma adesso gli faccio capire che piuttosto che controllarmi dovrebbe darmi un aumento per la professionalità acquisita in tutti questi anni di attività.” E così l’impiegato mette in atto questa sua strategia e dice al suo nuovo capo: “Piuttosto che controllarmi, mi dia un aumento che me lo merito e lo aspetto da tanto!”. Di fronte a questa osservazione il capo, dal canto suo pensa: “Ne ero sicuro! Di questo non c’è molto da fidarsi … è solo uno “scansa fatiche” che pensa prima di tutto al suo interesse personale e poi a quello dell’azienda. Ma adesso gli faccio vedere io con chi ha a che fare!!”. E così il capo ufficio risponde al suo collaboratore: “Senta, per l’aumento vediamo in seguito, mentre, per il lavoro da svolgere, mi aspetto che me lo dia entro il giorno tale alle ore …” e via con tutta una serie di paletti che vincolano ulteriormente le attività del suo collaboratore; questi, infatti, di fronte alle nuove istruzioni pensa che il suo capo non solo non capisca il lavoro che svolge ma gli pone anche tutta una serie di vincoli ignorando le sue giuste rivendicazioni salariali che qualcuno aveva anche promesso! Per costui, infatti, l’aumento di stipendio costituisce una priorità più importante, la cui negazione, oltre che pregiudicare il suo stesso benessere, di fatto fa sembrare che l’azienda non si curi di lui. E quindi, intuendo le intenzioni del capo tese a volerlo “solo controllare” si lascia andare ad un: “Caro lei! È appena arrivato e già pretende di darmi delle lezioni su come si lavora in questo reparto! Sono anni che sono qui e so sicuramente quello che devo fare e quando lo devo fare senza che qualcuno me lo ricordi! Piuttosto sappia che già il suo predecessore mi aveva promesso un aumento e a distanza di tanto tempo non ho ancora visto un euro in più. Lei che rappresenta l’azienda dovrebbe essere più attento a che i suoi collaboratori non siano presi in giro!!”.

Ci fermiamo qui considerando che, come si vede, ci sono tutte le premesse perché la discussione si infiammi e degeneri in qualcosa di peggio! Allora limitiamoci ad osservare che in questo tipo di approccio:

 

  1. È sicuramente mancata la capacità di ascolto in entrambi gli interlocutori
  2. Ogni interlocutore sospettava dell’altro e non era disposto a dargli molto credito
  3. È mancata una visione di insieme tesa da un lato a descrivere gli obiettivi e dall’altra ad effettuare un’analisi delle attese degli interlocutori
  4. Nessuno dei due ha pensato a cosa poteva guadagnare o perdere complessivamente da quell’incontro ovvero nessuno ha "misurato" il valore di quello che era in campo
  5. Entrambi non hanno pensato ad un approccio “solidale” con l’intento di armonizzare tutti gli obiettivi ed i vincoli che ogni interlocutore portava nella discussione
  6. E, per finire, registriamo che la discussione poteva solo degenerare in peggio senza alcuna possibilità di essere recuperata positivamente!!
  7. Non siamo sicuri che la discussione non sarebbe comunque degenerata se uno degli interlocutori avesse cambiato il suo atteggiamento verso l’altro.

 

Usiamo allora l’esempio qui sopra e le indicazioni del Macchiavelli per fare qualche altra considerazione di ordine più generale:

 

è possibile cioè, che in un clima di sfiducia, di deliberata ignoranza dei diritti e dei doveri reciproci, di scarsa o mancanza totale di attenzione ai bisogni degli altri, di deliberata e continua disattesa delle più basilari aspettative di vita del nostro prossimo è possibile, dicevamo, costruire una relazione su basi pacifiche?

Se poi, come ormai dimostrato dai più illustri rappresentanti della nonviolenza, le relazioni tra gli individui sono regolate dalle stesse leggi operanti tra i gruppi, (società, nazioni, popoli ecc.) diventa possibile che i rapporti tra questi gruppi siano di tipo pacifico se i presupposti sono ugualmente negativi come nei rapporti tra gli individui?

 

Diventa mandataria la cooperazione tra le nazioni seguendo uno spirito di solidarietà che deve animare gli sforzi anche all’interno di ogni singola nazione. E da qui prendere avvio per una visione più ampia ed articolata considerando che la povertà non è riconducibile solo a quella materiale ma si apre alle “povertà immateriali”: Per dirla col nostro Pontefice Benedetto XVI: “Nelle società ricche e progredite esistono fenomeni di emarginazione, povertà relazionale, morale e spirituale:  si tratta di persone interiormente disorientate, che vivono diverse forme di disagio nonostante il benessere economico” (è il cosiddetto “sottosviluppo morale”).  Inoltre sua Santità aggiunge: “Una delle strade maestre per costruire la pace è una globalizzazione finalizzata agli interessi della grande famiglia umana. Per governare la globalizzazione occorre però una forte solidarietà globale tra Paesi ricchi e Paesi poveri, nonché all'interno dei singoli Paesi, anche se ricchi. La marginalizzazione dei poveri del pianeta può trovare validi strumenti di riscatto nella globalizzazione solo se ogni uomo si sentirà personalmente ferito dalle ingiustizie esistenti nel mondo e dalle violazioni dei diritti umani ad esse connesse. Occorre che siano superate le ingiustizie e le incomprensioni e si giunga a costruire un mondo più pacifico e solidale. (4) È chiaro che se i cristiani trovano motivazione nelle Sacre Scritture e nei comandamenti di Gesù (“Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi …”) i laici è possibile che trovino un fondamento nelle leggi morali dell’uomo che come beni universali contemplano l’amore e la solidarietà e che proprio per il loro carattere di universalità, possono costituire la base dei valori comuni su cui tutti possono sentirsi motivati ed impegnati: si proprio l’Amore e la Solidarietà. Per dirla ancora con Tettamanzi: “La solidarietà è un’istanza qualificante la nostra umanità, che ci tocca a livello non solo di pensiero, di desiderio, di sensibilità, ma anche di volontà, di scelta, azione, opere, stile di vita: in rapporto a tutti, a cominciare da chi più ha bisogno.” ed ancora “C’è una responsabilità che non può essere disattesa, perché si inscrive nella nostra stessa realtà e dignità di persona, di un “io” aperto al “tu”, di un essere strutturalmente solidale. Come scriveva papa Wojtyla nell’enciclica Sollicitudo rei socialis, la solidarietà ci aiuta a vedere l’altro come ‘un nostro simile, un aiuto (Genesi 2,18), da rendere partecipe, al pari di noi, del banchetto della vita, a cui tutti gli uomini sono egualmente invitati da Dio’” (1)

E qui la tradizione cristiana ci ricorda che tutti gli uomini sono uguali dinanzi a Dio in quanto suoi figli e che in quanto fratelli è un dovere dei cristiani amare ogni altro fratello fino a quando: “… Un giorno dobbiamo venire a vedere che tutta la strada di Gerico deve essere trasformata in modo che gli uomini e le donne non siano costantemente colpiti e derubati come loro accade tutti i giorni della vita in autostrada. La vera compassione è più che lanciare una moneta ad un mendicante. E si vedrà che un edificio che produce mendicanti ha bisogno di essere ristrutturato. Una vera rivoluzione di valori metterà presto a disagio nel madornale contrasto tra la povertà e la ricchezza. Con la giusta indignazione guarderà dall’altra parte dei mari e vedrà singoli capitalisti dell’Ovest investire immense risorse in Asia, Africa e Sud America, solo per ottenere profitti, senza impegnarsi nel maltrattamento sociale dei paesi, e dire, “Questo non è giusto”. L’arroganza dell’Ovest che sente di dover insegnare ogni cosa agli altri e di non aver nulla da imparare da loro non è giusta. Una vera rivoluzione di valori stenderà la mano sull’ordine mondiale e dirà della guerra:”Questo modo di stabilire le differenze non è giusto”. Questa economia di infiammare gli esseri umani col napalm, di riempire le case della nostra nazione con orfani e vedove, di iniettare droghe velenose nelle vene della gente normalmente umana, di rimandare gli uomini a casa dai campi di battaglia bui ed insanguinati fisicamente handicappati e psicologicamente impazziti, non possono essere riconciliati con la saggezza, la giustizia e l’amore. Una nazione che continua, anno dopo anno, a spendere più soldi nella difesa militare piuttosto che nell’avanzamento sociale sta approcciando la morte spirituale. …”  (5)

 Tratto da http://cesena.sanvincenzoitalia.it

 

 

 

 

Riferimenti

 

(1) Card. Dionigi Tettamanzi  – Omelia “La luce della pace dirada le tenebre della povertà”  – Anno 2009.

(2) Giovanni Paolo II - Messaggio per la celebrazione della giornata della pace - Anno 1982. In questo ambito il Papa ha usato questa espressione per fare riferimento a tutti coloro che fanno informazione e che con la loro attività ci fanno sentire più vicini a chi soffre; ho voluto usare quest’immagine molto efficace per descrivere il potere della carità che sortisce lo stesso effetto.

(3) Giovanni Paolo II - Messaggio per la celebrazione della giornata della pace - Anno 1987.

(4) Benedetto XVI - Messaggio per la celebrazione della giornata della pace - Anno 2009.

(5) Martin Luther King Jr. - Discorso pronunciato per il clero ed i laici circa il Vietnam nella chiesa di Riverside a New York City il 4 aprile 1967.

 

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