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5 maggio 1910
La Pace Internazionale
E’ con particolare piacere che sono qui oggi per esprimere il profondo apprezzamento che sento per l’onore conferitomi dalla consegna ufficiale del Premio Nobel per la Pace. La medaglia d’oro che costituisce parte del premio la terrò sempre e la consegnerò ai miei figli come gioiello di famiglia. La somma di denaro fornita come parte del premio dalla saggia generosità degli illustri fondatori di questo sistema di premi famoso nel mondo, non sento, nelle peculiari circostanze del caso, di trattenerla. Penso sia assolutamente giusto e proprio che nella maggior parte dei casi, il destinatario del premio debba tenere per se l’intero premio. Ma in questo caso, mentre non opero ufficialmente come Presidente degli Stati Uniti, ritengo tuttavia che possa agire solo perché lo sono stato; e sento che il danaro debba essere considerato come se mi fosse stato dato in quanto rappresentante degli Stati Uniti. Quindi l’ho usato come base iniziale per una fondazione (1) che promuova la causa della pace industriale come viene ben fatto dagli scopi generali del vostro comitato; nella nostra complessa civiltà industriale di oggi la pace derivante dalla rettitudine e dalla giustizia, il solo tipo di pace di valore che abbiamo, è alla fine tanto necessaria nel mondo industriale quanto tra le nazioni. C’è alla fine così tanto bisogno di tenere a freno la crudele avarizia e arroganza di parte del mondo del capitale, di tenere a freno la crudele avarizia e violenza di parte del mondo del lavoro, così quanto controllare la crudeltà e il malsano militarismo nelle relazioni internazionali. |
Dobbiamo sempre tenere in mente che il fine ultimo da tenere in vista è la rettitudine, giustizia tra uomo e uomo, nazione e nazione, la possibilità di condurre le nostre vite ad un qualche livello più alto, con uno spirito di buona volontà fraterna reciproca. La Pace è generalmente buona per se stessa, ma non è mai il bene più grande finchè non diventa un manufatto della rettitudine; e diventa una cosa molto cattiva se serve semplicemente come maschera alla codardia e alla pigrizia, o come strumento per ulteriori fini di dispotismo o anarchia. Noi disprezziamo e aborriamo lo sgherro, il rissoso, l’oppressore, sia nella vita pubblica che in quella privata, ma non disprezziamo di meno il codardo ed il voluttuoso. Nessun uomo è degno di essere chiamato tale se non combatte piuttosto che sottomettersi all’infamia o vede i suoi cari soffrire per l’ingiustizia. Ogni nazione è da disprezzare se permette a se stessa di perdere le virtù severe e virili; e questo senza vedere se la perdita è dovuta alla crescita senza cuore e assolutistica del commercio per prolungata indulgenza al lusso e al soffice, alle cose facili o alla deificazione di un contorto e agitato sentimentalismo.
Inoltre, soprattutto, ricordiamoci che le parole contano solo quando danno espressione ai bisogni o si traducono in essi. I capi del Terrore Rosso (2) ciarlavano di pace mentre immergevano le loro mani nel sangue degli innocenti; e molti tiranni l’hanno chiamata pace quando hanno messo a tacere le oneste proteste. Le nostre parole devono essere giudicate dalle nostre azioni; e nello sforzo verso nobili ideali dobbiamo usare metodi pratici; e se non possiamo ottenere tutto in un unico balzo dobbiamo avanzare passo dopo passo, tanto ragionevolmente contenti quanto riusciamo a fare qualche progresso nella giusta direzione. Ora, avendo ammesso liberamente i limiti del nostro operato e le riserve da tenere in mente, credo di avere il diritto di ritenere che le mie parole siano prese sul serio quando sostengo, a mio giudizio, che grandi passi avanti possono essere realizzati sul terreno della pace internazionale. Parlo da uomo pratico anche se ora sostengo di provare ad agire come quando ero a capo di una grande nazione e vivamente geloso del suo onore e del suo interesse. Chiedo alle altre nazioni di fare quello che è gradito che venga visto fare alla mia nazione.
L’avanzamento può essere fatto lungo due direttrici. Prima di tutto possono esserci trattati di arbitrato. Ci sono, naturalmente, stati così retrogradi con cui una comunità civile non dovrebbe stipulare un trattato di arbitrato almeno fintanto che non saremo andati oltre la situazione attuale e non avremo istituito un qualche tipo di azione internazionale di polizia. Ma tutte le comunità realmente civili dovrebbero avere effettivi trattati di arbitrato tra loro. Credo che tali trattati possano coprire la maggior parte delle questioni soggette a insorgere tra le nazioni; se sono dirette con espliciti accordi, le parti contraenti rispetteranno i territori degli altri e la loro assoluta sovranità all’interno di quei territori e gli accordi ugualmente espliciti di tutte le altre possibili questioni oggetto di controversia potrebbero essere soggetti di arbitrato (a parte quei rari casi dove è estremamente coinvolto l’onore delle nazioni). Tali trattati assicurerebbero la pace a meno che una parte non li violasse deliberatamente. Naturalmente, poiché non c’è ancora un’adeguata assicurazione contro le violazioni deliberate, la classe dirigente di un certo numero di tali trattati dovrebbe seguire la strada per creare un’opinione pubblica mondiale che dovrebbe finalmente trovare espressione nel provvedere metodi per proibire o punire ognuna di tali violazioni.
Secondo, c’è un’ulteriore sviluppo del Tribunale dell’Aia per quanto concerne il lavoro delle conferenze e delle corti dell’Aia. È stato detto bene che la prima Conferenza dell’Aia ha definito la Magna Carta delle Nazioni; ha sancito di fronte a noi un ideale che è già stato in qualche modo realizzato e muove in direzione della totale realizzazione verso cui noi tutti possiamo continuamente tendere. La seconda Conferenza ha fatto ulteriori progressi; la terza dovrebbe farne ancora di più (3). Nel frattempo il governo americano ha suggerito più di un tentativo metodologico per completare la Corte di Giustizia Arbitrale costituita nella seconda Conferenza dell’Aia e per renderla effettiva. Si spera che al più presto i vari governi europei lavorino con quelli dell’America e dell’Asia e che si impegnino seriamente a concepire qualche metodo che porti ad ottenere tale risultato. Se posso avventurarmi a suggerirlo, sarebbe bene per gli statisti del mondo che nel pianificare la costruzione di questa corte mondiale, studiassero quello che è stato fatto negli Stati Uniti dalla Corte Suprema. Non posso contribuire a far pensare che la Costituzione degli Stati Uniti, in particolare nel gruppo dirigente della Corte Suprema e nei metodi adottati, per assicurare la pace e le buone relazioni tra gli stati, offra certe apprezzabili analogie a cui si dovrebbe essere indotti per ottenere, attraverso le corti dell’Aia e le conferenze, una specie di federazione mondiale per la pace e la giustizia internazionali. Ci sono, naturalmente, fondamentali differenze tra quello che fa la Costituzione degli Stati Uniti e quello che si dovrebbe continuamente tentare in questo momento all’Aia per la sicurezza; ma dei metodi adottati dalla Costituzione Americana per prevenire le ostilità tra gli stati e per assicurare la supremazia della Corte Federale in certi tipi di problemi (4), sono ben dotati gli studi di coloro che cercano all’Aia di ottenere gli stessi risultati su scala mondiale.
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Finalmente, sarebbe un colpo da maestro se quei grandi poteri onestamente improntati alla pace formassero una Lega della Pace, non solo per mantenere tra loro stessi la pace, ma per prevenire, se necessario con la forza, coloro che volessero distruggerla. La massima difficoltà connessa con il lavoro per la pace dell’Aia nasce dalla mancanza di un qualche potere esecutivo, di qualche potere di intelligence per far osservare i decreti della corte. In ogni comunità, di qualsiasi dimensione, l’autorità della corte poggia su forze effettive o potenziali: sull’esistenza di una polizia o sulla conoscenza che persone prestanti del paese siano entrambi pronti o volenterosi di vedere che i decreti dei corpi legislativi e giudiziari abbiano un corso effettivo. In comunità nuove o selvagge dove è insita la violenza, un uomo onesto deve proteggere se stesso, e finchè non sono concepiti altri strumenti di sicurezza, è da pazzi o è una cattiveria persuaderlo a rendere le sue armi mentre coloro che danneggiano la comunità detengono le loro. Questi non dovrebbe rinunciare al diritto di proteggere se stesso con i propri sforzi finchè la comunità non sia così organizzata da sostituire l’individuo dal dovere di fare violenza. Così è con le nazioni. Ogni nazione deve essere ben preparata a difendere se stessa finchè non venga istituita una qualche forma di potere giudiziario internazionale, competente e col potere di prevenire la violenza tra le nazioni. Così come sono ora le cose, un tale potere che riesca a imporre la pace nel mondo potrebbe ben essere assicurato da una qualche coalizione tra quelle grandi nazioni che sinceramente desiderano la pace e non abbiano l’intenzione di aggredirsi tra di loro. La coalizione all’inizio potrebbe essere stabilita per assicurare la pace entro certi limiti definiti e a certe condizioni ben precise; ma il sovrano o lo statista che dovesse portare a tale coalizione dovrebbe meritare un tale ruolo nella storia per tutto il tempo ed evolvere il suo titolo alla gratitudine di tutto il genere umano. |
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(*) Il Presidente Roosevelt ha parlato al Teatro Nazionale di Oslo di fronte a più di 2.000 persone. Questo testo è stato ottenuto da Les Prix Nobel en 1909; è identico a quello contenuto in The Works of Theodore Roosevelt, Vol. 18, e all’articolo del New York Time del 6 maggio 1910 salvo la diversa formattazione dei paragrafi.
Dopo i saluti, il Sig. Roosevelt ha introdotto il suo discorso formale con un tributo a Bjørnstjerne Bjørnson, autore e membro norvegese del Comitato del Nobel che aveva assegnato il premio a Roosevelt e che era morto solo nove giorni prima. Il giornalista del New York Times afferma che Roosevelt lesse il suo discorso, partendo dal testo scritto per ripetere con le stesse parole o con parole simili le idee che aveva appena espresso. Nella serata del 5 maggio, a dispetto della raucedine che divenne evidente nel corso del pomeriggio durante il suo discorso, Roosevelt parlò al banco in suo onore e ripercorse le sue azioni da presidente relativamente ai problemi di Cuba, Santo Domingo, Panama e Filippine. Questo discorso, memorizzato in forma stenografica e stampato col titolo “The Colonial Policy of the United States” in African and European Addresses by Theodore Roosevelt, tenuto insieme al discorso al Nobel, costituisce quello che può essere definita la sua teoria di “pace con azione”.
(1) Il premio di $36.734,79 fu conservato secondo le intenzioni di Roosevelt da un comitato che includeva il Presidente della Corte Suprema ed i Ministri dell’Agricoltura, del Commercio e del Lavoro. Questi non fecero alcun uso dei soldi che maturarono interessi fino al 1917 anno in cui Roosevelt chiese al Congresso la loro restituzione per poterli distribuire a vari ordini caritatevoli degli Stati Uniti e dell’Europa che erano impegnati nel soccorrere le vittime della Guerra Mondiale. Nell’agosto di quell’anno l’intera somma di $45.482,83 fu interamente distribuita (si vedano i criteri riportati in Lettera di Theodore Roosevelt all’on. Gallivan circa la ripartizione dei fondi ricevuti per il premio nobel.)
(2) “Terrore” è il termine con cui si caratterizza la condotta del potere dei rivoluzionari francesi che formavano il secondo comitato di Salute Pubblica (settembre 1793 – Luglio 1794); a volte si identifica come “Terrore Rosso” per distinguerlo da quello definito “Terrore Bianco”, di più breve durata, che fu lo sforzo dei monarchici che nel 1975 tentarono di distruggere la Rivoluzione.
(3) La Prima Conferenza dell’Aia (18 maggio – 29 luglio 1899) sancì la Corte Permanente di Arbitrato, conosciuta come il Tribunale dell’Aia; la seconda Conferenza dell’Aia (15 giugno – 18 ottobre 1907); una terza conferenza fu pianificata per il 1915 ma non ci fu a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale nell’agosto del 1914.
(4) Articoli 3° e 4° della Costituzione degli Stati Uniti.
Da Nobel Lectures, Peace 1901-1925, Edizioni Frederick W. Haberman, Elsevier Publishing Company, Amsterdam 1972.
Tratto dal sito dei premi nobel il 27/4/2009
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