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Theodore Roosevelt

Articolo: 'Quando Squilla la Tromba': Non parlare piano

 

Un momento della spedizione in Brasile

Di Jeff Shesol
 
Pubblicato il 20 marzo 2005.

 

“La presidenza americana” scrisse una volta John Updike, “è solo una tappa nel viaggio per la benedetta condizione di essere un ex-presidente”.  Considerando l’altro lato della medaglia – enpaticamente – questo è riferibile a Theodore Roosevelt. Nel 1917, a otto anni dal suo incarico, emanò questo verdetto: “sto vivendo un periodo orrido e insignificante”.

Orrido forse; insignificante inverosimile. Tanto come ex-presidente quanto come in molte altre cose, Theodore Roosevelt rimane senza pari. Tra i viventi Jimmy Carter ha fatto una magnifica carriera da quando ha lasciato la Casa Bianca e Bill Clinton ne ha cominciata un’altra; Gerald Ford e Gorge W. Bush hanno manifestato più modeste ambizioni.

Oltre il secolo scorso solo Theodore Roosevelt – vivendo in un periodo prima del limite dei termini – guadagna punti in cima alla classifica e se questo non sembra possibile, diventa una seccatura nazionale, spettacolo ed eroe di se stesso tutto in una volta. Il suo periodo post Casa Bianca è in qualche modo più avvincente della sua presidenza, nel senso che un leone è più interessante fuori dalla sua gabbia. Pochi anni fa, quando il biografo Edmund Morris pubblicò il suo secondo volume su Roosevelt, coprendo gli anni della Casa Bianca, più di un recensore pensò ad un terzo volume.

Patricia O’Toole, autrice di un libro su Henry Adams e la sua cerchia, ha polemizzato con Morris. “Quando Squilla la Tromba” narra di Roosevelt dalla fine della sua presidenza alla fine della sua vita – solo dieci anni che passano sotto tono. In nessun momento sembra un uomo che si è ritirato. Qui c’è solo una menzione al golf e si riferisce non a Roosevelt ma al suo successore irresponsabile, William Howard Taft, che, di fronte all’ultimo affronto di T.R., lancia violentemente da 25 yard con una mazza da golf.

“Quando sono interessato a qualcosa” disse Roosevelt al suo amico intimo Senatore Henry Cabot Lodge, “mi interesso ad essa”. Solo settimane dopo essere uscito dalla Casa Bianca lasciò gli Stati Uniti – in parte per dare a Taft le consegne e fare il giro del posto, in parte come dice la stessa O’Toole, come “antidoto … alla noia”. In Africa per quasi un anno, si consolò uccidendo leoni, collezionando varie specie di animali e incontrando amici.

Ma la tromba squilla mentre al safari Roosevelt sta già dando pensiero al disarcionato Taft, che si era impegnato a continuare le riforme di Roosevelt e che invece si era diretto in altra direzione. Roosevelt rimase amareggiato dal tradimento.

Dal 1910 vi si oppose. Roosevelt attaccò Taft prima delle ferventi masse repubblicane progressiste. Il Nuovo Nazionalismo che propose era poco diverso dalle politiche che aveva seguito da presidente ma il fuoco dei suoi occhi diede un’aria più da militante alla sua agenda moderata.

La O’Toole, una narratrice esperta, liquida velocemente la dissoluzione Roosevelt-Taft: gli insulti grossolani, i falsi tentativi di riconciliazione e finalmente nel 1912 la lotta per la Casa Bianca. Dopo aver umiliato Taft nelle primarie a Roosevelt fu negata la candidatura dai grandi elettori repubblicani. Risorse come un “Bull Moose” (fondò il partito del “bisonte-alce” n.d.t.) e corse alla presidenza con l’etichetta di Progressista dividendo il partito Repubblicano e consentendo l’elezione di Woodrow Wilson.

Che la O’Toole aggiunga poco al nostro tentativo di capire quegli eventi può non essere una prova corretta: l’elezione del 1912 fu una delle più consequenziali, e quindi la più analizzata, della storia americana. La O’Toole impregna la storia nazionale di un sentimento di inevitabilità – il fallimento del tentativo di Roosevelt alla sua restaurazione ed il risultante scivolo verso la “collera impotente” (per sua stessa ammissione). “Le elezioni” scrive la O’Toole, “lasciarono Roosevelt morto ed incapace di vivere in pace”.

Mentre il Presidente Wilson si ammantava sempre più di gloria, Roosevelt fu lasciato ad arbitrare bisticci nel suo nuovo partito e a dirimere lotte senza senso tra pittori, zoologi ed altri – tutti schierati. Ad Oyster Bay (dove era ubicata la casa di T.R. n.d.t.) e all’estero, come dice la O’Toole, “comincò ad essere contento”. Anche se non lo fu del tutto.

Nel suo maggior discorso della campagna del 1912, Roosevelt aveva avvertito di non “permettere il brutale egoismo dell’arroganza e dell’invidia di chi esercita la sua incontrollata cattiveria”, per paura di “covare odio … e accendersi in una fiamma consumante”. Indirizzava il suo monito alla nazione ma faceva meglio a rivolgersi a se stesso. Invidia e arroganza crebbero in lui; e nel contempo annebbiarono il suo giudizio. Divenne un catalizzatore del malcontento che spesso incoraggiava i suoi istinti peggiori.

Foto nello studio

Durante i suoi anni da presidente, Roosevelt aveva provato disgusto per le critiche ma ora era divenuto il maggiore dei critici. Fu un ruolo che giocò con ira e ad alti livelli. Quando la guerra in Europa si intensificò nel 1915, propose una forte chiamata agli Stati Uniti perché si mobilitassero. Ma la sua belligeranza era fuori dal percorso del Partito Repubblicano, a cui era ritornato, con l’amministrazione Wilson, che lui insultava e con la pubblica opinione. Ma fu giustificato dagli eventi. Dal momento della sua morte (avvenuta per embolia nel gennaio del 1919 all’età di 60 anni) apparse come profeta a molti e divenne il vessillo dei contendenti Repubblicani per la candidatura del 1920.

“Quando Squilla la Tromba” è una parabola di impotenza. Roosevelt, conclude la O’Toole, “non sembra aver mai afferrato l’immensità del suo bisogno di potere, e dopo i suoi anni alla Casa Bianca avrebbe spesso sbagliato a vedere la sua ambizione personale come una chiamata a servire il suo paese”. Questa valutazione, comunque, potrebe essere applicata a chiunque abbia mai svolto un ruolo pubblico. Troppo spesso, le analisi della O’Toole scavano molto meno in profondità e lasciano nel lettore la voglia di maggiore complessità. Roosevelt può aver vissuto in entrambi i modi ma un quadro accurato richiede modulazioni più sottili.

Quello che la sua decade finale rivela – e la O’Toole prevede maggiormente – è il modo con cui Roosevelt diventa impotente, più corrosivo e più perverso del potere. Fuori dal potere invertì il cliché secondo cui il potere corrompe, abbandonando, in larga parte, il ritegno, la serenità e anche la saggezza che aveva dimostrato come presidente. T.R. senza limiti fu un T.R. senza ormeggi.

 

Jeff Shesol è l’autore di ''Mutual Contempt: Lyndon Johnson, Robert Kennedy and the Feud That Defined a Decade.''

 

 

Tratto da The New York Times il 28/04/09

 

 

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