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     Fabio Concato - Ti ricordo ancora

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Dalai Lama

Discorso di ringraziamento per il Premio Nobel ricevuto

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Da Nobel Lecture

11 dicembre 1989

 

Fratelli e sorelle:

E’ un onore ed un piacere essere tra voi oggi. Sono veramente felice di vedere così tanti vecchi amici venuti dai diversi angoli del mondo e di fare nuovi amici che spero di incontrare di nuovo in futuro. Quando incontro le persone in varie parti del mondo, ricordo sempre che siamo sostanzialmente simili: siamo tutti esseri umani. Può succedere che si abbia vestiti diversi, che la nostra pelle sia di colore diverso o che parliamo lingue differenti. Questa è la parte superficiale. Ma basilarmente, siamo gli stessi esseri umani. Questo è quanto ci lega uno all’altro. Cioè quello che ci rende possibile capire ogni altro e sviluppare amicizia e vicinanza.

Pensando a quello che potrei dire oggi, ho deciso di condividere con voi alcune mie riflessioni riguardanti i problemi comuni che tutti noi abbiamo di fronte come membri della famiglia umana. Poiché tutti noi dividiamo questo piccolo pianeta Terra, dobbiamo imparare a vivere in armonia e pace con ogni altro e con la natura. Che non è solo un sogno, ma una necessità.

Dipendiamo uno dall’altro per molti versi, tanto che non possiamo più vivere in comunità isolate e dobbiamo condividere la buona fortuna che auspichiamo. Vi parlo come un altro essere umano, come un semplice monaco. Se troverete che le mie parole siano utili per voi, allora spero che proverete a metterle in pratica.  

Spero anche di condividere con voi i miei sentimenti riguardo la situazione critica e le aspirazioni del popolo del Tibet. Il Premio Nobel è un premio che essi ben meritano per il loro coraggio e l’inesauribile determinazione durante gli ultimi quaranta anni di occupazione straniera. Come libero portavoce dei miei connazionali in cattività, sento mio dovere parlare per conto loro. Parlo non con un sentimento di rabbia o di odio verso coloro che sono i responsabili delle immense sofferenze del nostro popolo e della distruzione della nostra terra, delle nostre case e della nostra cultura. Anche essi sono esseri umani che combattono per trovare la felicità e meritare la nostra compassione. Parlo per informarvi della triste situazione nel mio paese oggi e delle aspirazioni del mio popolo, perché nella nostra lotta per la libertà, la verità è la sola arma che possediamo.

L’aver capito che siamo tutti basilarmente gli stessi esseri umani, che cercano la felicità e provano ad evitare le sofferenze, ci aiuta molto a sviluppare un senso di fratellanza, un caldo sentimento di amore e compassione per gli altri. Questo, a sua volta, è essenziale se dobbiamo sopravvivere in questo mondo sempre più piccolo in cui siamo. Se ognuno di noi perseguisse egoisticamente solo quello in cui crediamo essere il nostro proprio interesse, senza curarci dei bisogni degli altri, non solo finiremmo col recare danno agli altri ma lo faremmo anche a noi stessi. Questo fatto è diventato molto chiaro durante il corso di questo secolo. Sappiamo che combattere una guerra nucleare oggi, per esempio, sarebbe una forma di suicidio; o che se inquinassimo l’aria o gli oceani, per ottenere qualche beneficio di breve termine, distruggeremmo molte delle basi della nostra sopravvivenza. Poiché interdipendenti, quindi, non abbiamo altra scelta che quella di sviluppare ciò che chiamo il senso di responsabilità universale.

Oggi, siamo veramente una famiglia globale. Quello che accade in una parte del mondo può toccare tutti noi. Questo, naturalmente, non è solo vero per tutte le cose negative che accadono, ma è ugualmente valido per gli sviluppi positivi. Non solo sappiamo quello che succede altrove, grazie alle moderne tecnologie di comunicazione. Siamo anche direttamente toccati da eventi che avvengono in lontananza. Sentiamo un senso di tristezza quando i bambini muoiono di fame  in Africa Orientale. Allo stesso modo, sentiamo un senso di gioia quando una famiglia è riunita dopo decenni di separazione dal Muro di Berlino. I nostri raccolti e le nostre riserve sono contaminate e la nostra salute ed i nostri mezzi di sostentamento minacciati quando accade un incidente nucleare a molte miglia di distanza in un altro paese. La nostra propria sicurezza migliora quando scoppia la pace tra parti belligeranti in altri continenti.

Guerra o pace; distruzione o protezione della natura; violazione o protezione dei diritti umani e delle libertà democratiche; povertà o benessere materiale; mancanza di valori morali e spirituali o loro esistenza e sviluppo; e negazione o sviluppo della comprensione umana, non sono fenomeni isolati che possono essere analizzati e affrontati indipendentemente uno dall’altro. Infatti, sono molto interrelati a tutti i livelli ed è necessario approcciarli con questa consapevolezza.

La pace, nel senso di assenza di guerra, è un piccolo valore per qualcuno che muore di fame o freddo. Essa non rimuove le pene della tortura inflitta ad un prigioniero di coscienza. Non porta conforto a coloro che hanno perso i loro cari in alluvioni causate da deforestazioni insensate in un paese vicino. La pace può solo durare dove sono rispettati i diritti umani, dove la gente è sazia e dove gli individui e le nazioni sono liberi. La vera pace con se stessi e con il mondo intorno a noi può essere raggiunta solo attraverso lo sviluppo della pace mentale. Gli altri fenomeni su menzionati sono similarmente interrelati. Così, per esempio, vediamo che un ambiente pulito, la salute o la democrazia significano poco di fronte alla guerra, specialmente alla guerra nucleare, e che lo sviluppo materiale non è sufficiente per assicurare la felicità dell’uomo.

Il progresso materiale è naturalmente importante per l’avanzamento umano. In Tibet, prestiamo troppo poca attenzione allo sviluppo tecnologico ed economico, ed oggi comprendiamo che è un errore. Allo stesso tempo, lo sviluppo materiale senza quello spirituale può solo causare seri problemi. In alcuni paesi è prestata troppo poca attenzione alle cose esterne ed è data molto poca importanza allo sviluppo interiore. Credo che entrambi siano importanti e devono essere sviluppati fianco a fianco così da raggiungere un buon equilibrio tra di loro. I Tibetani sono spesso descritti dai visitatori stranieri come gente gioviale e felice. Questo è parte del nostro carattere nazionale, formato da valori culturali e religiosi che stressano l’importanza della pace mentale attraverso la generazione di amore e gentilezza per tutti gli altri esseri viventi, sia umani che animali. La pace interna è la chiave: se volete raggiungere la pace interna, i problemi esterni non devono intaccare il vostro profondo senso di pace e tranquillità. In questo stato mentale potete vivere le situazioni con calma e ragione, mentre conservate la vostra intima felicità. Questo è molto importante. Senza questa pace interna, non importa quanto sia confortevole la vostra vita materiale, potete ancora essere preoccupati, disturbati e infelici a causa delle circostanze.

Quindi è chiaramente di grande importanza comprendere le interrelazioni tra questi ed altri fenomeni e approcciare e tentare di risolvere i problemi in modo bilanciato in modo da prendere in considerazione questi diversi aspetti. Naturalmente non è facile. Ma è di scarso beneficio provare a risolvere un problema e se faceste così, ne creereste un altro nuovo, molto serio. Allora non abbiamo alternative: dobbiamo sviluppare un senso universale di responsabilità non solo in senso geografico, ma anche rispetto ai diversi problemi del nostro pianeta.

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La responsabilità non è prerogativa dei leader dei nostri paesi o di coloro che ne sono stati investiti o delegati a fare un lavoro particolare. È parte di ognuno di noi individualmente. La pace, per esempio, parte da ognuno di noi. Quando abbiamo la pace interna, possiamo essere in pace con quelli che ci circondano. Quando la nostra comunità è in uno stato di pace, essa può condividere quella pace con le comunità vicine e così via. Quando proviamo amore e bontà verso altri, non solo ci fa sentire gli altri amati e importanti per noi, ma ci aiuta anche a sviluppare la felicità e la pace interne. E ci sono vari modi con cui possiamo coscientemente lavorare per sviluppare  sentimenti di amore e bontà. Per alcuni di noi, il modo migliore per farlo è attraverso la pratica religiosa. Per altri possono non essere pratiche religiose. Quello che è importante è che ognuno di noi può fare uno sforzo sincero per essere seriamente responsabile verso ogni altro e verso l’ambiente naturale in cui viviamo.

Sono molto incoraggiato dagli sviluppi che stanno prendendo piede intorno a noi. Dopo che ragazzi di molti paesi, particolarmente del nord Europa, hanno fatto ripetuti appelli per la fine delle distruzioni dannose dell’ambiente che sono state condotte in nome dello sviluppo economico, i leader del mondo politico si stanno ora avviando a fare passi significativi  per indirizzare questo problema. Il rapporto al Segretariato Generale delle Nazioni Unite della Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo (il rapporto Brundtland)  è stato un passo importante nel rendere consapevoli i governi dell’urgenza del problema. Seri sforzi per portare la pace in zone teatri di guerra e per realizzare il diritto all’auto-determinazione di qualche popolo, hanno causato il ritiro di truppe Sovietiche dall’Afganistan stabilito l’indipendenza della Namibia. Persistenti sforzi popolari non violenti, finalizzati a drammatici cambiamenti per portare molti paesi più vicini alla democrazia reale, sono stati compiuti in molte parti: da Manila nelle Filippine a Berlino in Germania Est. Dopo l’era della Guerra Fredda che era evidentemente  ideata per chiudere (i confini delle nazioni n.d.t.), la gente vive ovunque con rinnovata speranza. Sfortunatamente, i coraggiosi sforzi del popolo Cinese, a portare simili cambiamenti al loro paese, sono stati brutalmente soffocati lo scorso giugno. Ma i loro sforzi sono anche una sorgente di speranza. Il potere militare non ha estinto il desideri di libertà e determinazione del popolo Cinese ad ottenerla. Ammiro in particolare il fatto che questi ragazzi pensando che “il potere cresce sulla canna delle armi”, al contrario, hanno scelto l’uso della nonviolenza come loro arma.

Quello che questi cambiamenti positivi indicano è che ragione, coraggio, determinazione e l’inestinguibile desiderio di libertà, alla fine, possono vincere. Nella battaglia tra forze conflittuali, la violenza e l’oppressione da un lato, e pace, ragione e libertà dall’altra, queste ultime stanno guadagnando terreno. E questa comprensione riempie noi Tibetani della speranza che qualche giorno,  anche noi saremo liberi ancora una volta.

Anche l’assegnazione del Premio Nobel a me, un semplice monaco del lontano Tibet, qui in Norvegia, riempie i Tibetani di speranza. Significa che, a dispetto del fatto che non abbiamo diretto l’attenzione alla nostra situazione con l’uso della violenza, non siamo stati dimenticati. Significa anche che i valori a noi cari, in particolare il nostro rispetto per tutte le forme di vita e il credere nel potere della verità, siano oggi riconosciuti ed incoraggiati. È anche un tributo al mio mentore, il Mahatma Gandhi, il cui esempio è un’ispirazione per molti di noi. L’assegnazione di quest’anno è un sintomo dello sviluppo della responsabilità universale. Sono profondamente toccato dalla sincera preoccupazione mostrata da così tanta gente di questa parte del mondo, per le sofferenze del popolo del Tibet. Costituisce una sorgente di speranza, non solo per noi Tibetani, ma per tutti i popoli oppressi.

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Come sapete, il Tibet, per quaranta anni, è stato sotto l’occupazione straniera. Oggi, più di 250.000 soldati Cinesi sono stanziati in Tibet. Alcune fonti stimano che l’occupazione armata sia il doppio. Durante questo periodo, i Tibetani sono stati privati dei loro più basilari diritti umani, incluso il diritto alla vita, di movimento, di parola, di religione, solo per menzionarne qualcuno. Più di un sesto della popolazione tibetana di sei milioni è morta come diretta conseguenza dell’invasione e dell’occupazione cinese. Anche prima dell’avvio della Rivoluzione Culturale, molti dei monasteri del Tibet, templi e costruzioni storiche sono stati distrutti. La maggior parte delle cose che erano rimaste fu distrutta durante la Rivoluzione Culturale. Non voglio indugiare su questo punto che è molto ben documentato. Quello che è importante capire, comunque, è che nonostante la limitata libertà accordata nel 1979, per ricostruire parti di alcuni monasteri e di altre tenute concesse dalla liberalizzazione, i diritti umani fondamentali del popolo tibetano sono ancora oggi sistematicamente violati. Negli ultimi mesi questa brutta situazione è andata peggiorando.

Se non fosse per la nostra comunità in esilio, così generosamente protetta e sostenuta dal governo e dalla gente dell’India e aiutata da organizzazioni e singoli individui di molte parti del mondo, la nostra nazione sarebbe oggi poco più di uno scampolo disfatto di persone.

La nostra cultura, religione e identità nazionale sarebbero effettivamente eliminate. E così abbiamo costruito scuole e monasteri stando in esilio ed abbiamo creato istituzioni democratiche per servire la nostra gente e conservare i semi della nostra civiltà. Con questa esperienza intendiamo sviluppare la piena democrazia nel futuro Tibet libero. Così, mentre sviluppiamo la nostra comunità in esilio su linee moderne, noi abbiamo anche caro e conserviamo la nostra propria identità e cultura e portiamo speranza a milioni di nostri connazionali in Tibet.

Il problema a più alta priorità in questo momento è il massiccio afflusso di colonizzatori cinesi in Tibet. Sebbene nel primo decennio di occupazione un considerevole numero di Cinesi è stato trasferito nella parte orientale del Tibet – nelle province di Amdo (Chinghai) e Kham (la maggior parte della quale è stata annessa dalle vicine province cinesi) – sin dal 1983 un numero senza precedenti di Cinesi è stato incoraggiato dal proprio governo a emigrare in tutte le zone del Tibet, incluse le parti orientali e centrali (a cui il Popolo della Repubblica Cinese fa riferimento come la cosiddetta Regione Autonoma del Tibet). I Tibetani sono stati rapidamente ridotti ad una minoranza insignificante nel loro stesso paese. Questo sviluppo, che minaccia la sopravvivenza della nazione tibetana, la sua cultura e la sua eredità spirituale, può ancora essere fermato e rovesciato. Ma questo deve essere fatto ora, prima che sia troppo tardi.

Il nuovo ciclo di proteste e violente repressioni che si sono avviate in Tibet dal settembre ’87 e che sono culminate nelle imposizioni della legge marziale nella capitale, Lhasa, nel marzo di quest’anno, sono state in larga parte una reazione a questo tremendo afflusso cinese. Le informazioni che ci hanno raggiunto in esilio indicano che le manifestazioni e le altre forme pacifiche di protesta sono continuate a Lhasa ed in un grande numero di altri posti del Tibet, a dispetto delle severe punizioni e dei trattamenti inumani inflitte ai Tibetani detenuti per aver espresso il loro risentimento. Non si conosce il numero di Tibetani uccisi dalle forze di sicurezza durante le proteste di marzo e di quelli che sono morti in detenzione subito dopo, ma si ritiene che sia più di duecento. A migliaia sono stati detenuti o arrestati e imprigionati e le torture sono state un fatto ordinario.

È stato contro ciò che sottostava a questa brutta situazione e per prevenire ulteriori spargimenti di sangue che ho proposto un Piano di Pace articolato in Cinque Punti al fine di ripristinare la pace e i diritti umani in Tibet. Ho dettagliato il piano in un discorso a Strasburgo lo scorso anno. Credo che il piano fornisca un quadro ragionevole e realistico per una negoziazione con il Popolo della Repubblica di Cina. Nonostante tutto, i leader cinesi non hanno avuto la volontà di rispondere costruttivamente. La brutale repressione del movimento democratico cinese del giugno di quest’anno, comunque, ha rinforzato la mia visione secondo cui la questione tibetana sarà resa valida solo se supportata da adeguate garanzie internazionali.

Il Piano in Cinque Punti indirizza i problemi principali interconnessi, che ho riportato in questa prima parte della conferenza. Richiama (1) La trasformazione dell’intero Tibet, incluse le province orientali di Kham e Amdo, in una zona di Ahimsa (nonviolenza); (2) Abbandono della politica di trasferimento della popolazione cinese; (3) Rispetto dei diritti fondamentali del popolo tibetano e delle libertà democratiche; (4) Ricostruzione e protezione dell’ambiente naturale del Tibet; e (5) Inizio al più presto delle negoziazioni sul futuro stato del Tibet e delle relazioni tra i popoli Tibetano e Cinese. Nel discorso di Strasburgo ho proposto che il Tibet divenga un’entità politica pienamente democratica e autonoma.

Vorrei cogliere questa occasione per spiegare la Zona dell’Ahimsa o concetto di santuario della pace, che è l’elemento centrale del Piano di Pace in Cinque Punti. Sono convinto che sia di grande importanza non solo per il Tibet ma per la pace e la stabilità dell’Asia.

È un mio sogno che l’intero altipiano del Tibet divenga un libero rifugio dove l’umanità e la natura possano vivere in pace e in armonioso equilibrio. Dovrebbe essere un luogo dove la gente di tutto il mondo possa venire a cercare il vero messaggio di pace nel loro intimo, lontano dalle tensioni e dalle pressioni di tutto il resto del mondo. Il Tibet potrebbe infatti diventare un centro creativo per la promozione e lo sviluppo della pace.

Quelle che seguono sono gli elementi chiave della Zona dell’Ahimsa proposta:

bullet L’intero altipiano del Tibet dovrebbe essere smilitarizzato;
bullet La costruzione, la prova e lo stoccaggio delle armi nucleari e degli altri armamenti sull’altipiano del Tibet dovrebbero essere proibiti;
bullet L’altipiano del Tibet dovrebbe essere trasformato nel più grande parco naturale o biosfera. Severe leggi dovrebbero assicurare la protezione della vita animale e vegetale; lo sfruttamento delle risorse naturali dovrebbe essere particolarmente regolato in modo da non danneggiare in modo rilevante gli ecosistemi; e una politica di sostegno allo sviluppo dovrebbe essere adottata nelle aree popolate;
bullet La costruzione e l’uso di potenza nucleare e di altre tecnologie che producano scorie pericolose dovrebbero essere proibite;
bullet Le risorse nazionali e le politiche dovrebbero essere dirette verso la promozione attiva della pace e della salvaguardia ambientale. Organizzazioni dedicate a favorire la pace e la protezione di tutte le forme di vita troverebbero un luogo ospitale in Tibet;
bullet La fondazione di organizzazioni internazionali e regionali per la promozione e la protezione dei diritti umani in Tibet sarebbero incoraggiate.

L’altezza e le dimensioni del Tibet (le dimensioni della Comunità Europea), nonché la sua storia e la profonda eredità spirituale, la rendono idealmente adatta a ricoprire il ruolo di santuario della pace nel cuore strategico dell’Asia. Sarebbe anche in linea col ruolo storico del Tibet quale nazione buddista pacifica e regione di confine per le potenze, spesso rivali, del grande continente asiatico.

Per ridurre le tensioni esistenti in Asia, il Presidente dell’Unione Sovietica, il Sig. Gorbachev, ha proposto la demarcazione dei confini sovietico-cinesi e la loro trasformazione in “una frontiera di pace e buon vicinato”. Il governo del Nepal ha per primo proposto che la zona himalayana del Nepal, adiacente il Tibet, dovrebbe diventare una zona di pace, sebbene quella proposta non includa la demilitarizzazione del paese.

Per la stabilità e la pace dell’Asia, è essenziale creare zone di pace che separino le più grandi potenze del continente potenzialmente avversarie. La proposta del Presidente Gorbachev, che include anche il ritiro di truppe sovietiche dalla Mongolia, aiuterebbe a ridurre le tensioni ed il confronto potenziale tra l’Unione Sovietica e la Cina. Una vera zona di pace deve, chiaramente, essere creata anche per separare i due stati più popolosi: Cina e India.

La fondazione della Zona dell’Ahimsa richiederebbe il ritiro di truppe e istallazioni militari dal Tibet il che indurrebbe anche India e Nepal a ritirare truppe e installazioni militari dalle regioni himalayane limitrofe al Tibet. Questo dovrebbe essere raggiunto con accordi internazionali. Sarebbe nel miglior interesse di tutti gli stati asiatici, particolarmente per India e Cina, e favorirebbe la loro sicurezza, considerando che nel contempo si ridurrebbe il carico economico di mantenere un’alta concentrazione di truppe in aree remote.

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Il Tibet non sarebbe la prima area strategica ad essere smilitarizzata. Parti della penisola del Sinai, il territorio egiziano che separa Israele dall’Egitto, sono state smilitarizzate per qualche tempo. Naturalmente il Costa Rica è l’esempio migliore di paese interamente smilitarizzato. Il Tibet non sarebbe neanche la prima area ad essere trasformata in una riserva naturale o biosfera. Molti parchi sono stati creati in tutto il mondo. Alcune aree molto strategiche sono state trasformate in naturali “parchi della pace”. Due esempi sono costituiti da La Amistad Park, sul confine tra Costa Rica e Panama, e il progetto Si A Paz sul confine tra Nicaragua e Costa Rica.

Quando ho visitato il Costa Rica ai primi di quest’anno, ho visto come un paese possa trasformarsi con successo senza un esercito, divenire una democrazia stabile, impegnata per la pace e la protezione dell’ambiente naturale. Questo ha confermato la convinzione secondo cui la mia visione del Tibet del futuro sia un piano realistico, non semplicemente un sogno.

Lasciatemi concludere con una nota personale di ringraziamento a tutti voi e ai nostri amici che non sono qui oggi. Il riguardo e il supporto che avete espresso per la situazione critica del Tibet ha toccato largamente noi tutti e continua a darci il coraggio di combattere per la libertà e la giustizia: non attraverso l’uso delle armi, ma con il potere delle armi della verità e della determinazione. So di parlare a nome di tutto il popolo del Tibet quando vi ringrazio e vi chiedo di non dimenticare il Tibet in questo momento critico della nostra storia nazionale. Speriamo anche di contribuire allo sviluppo di un mondo più pacifico, più umano e più bello. Un futuro Tibet libero cercherà di aiutare i bisognosi del mondo, di proteggere la natura e promuovere la pace. Credo che la nostra capacità tibetana a combinare qualità spirituali con un’attitudine al realismo e alla pratica ci ponga nella condizione di dare un contributo speciale in un modo comunque modesto. Questa è la mia speranza e la mia preghiera.

In conclusione. lasciate che condivida con voi una piccolo preghiera che mi dia una grande ispirazione e determinazione:

"Per quanto lo spazio duri,

e per quanto gli esseri viventi rimangano,

fino ad allora possa io, anche, restare

per scacciare le miserie del mondo".

Grazie a voi tutti.

 

 

Da Nobel Lectures, Peace 1981-1990, Editor-in-Charge Tore Frängsmyr, Editor Irwin Abrams, World Scientific Publishing Co., Singapore, 1997

 

 

 

Tratto da The Nobel Foundation il 7/1/2010

 

 

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