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Editoriale del The Boston Globe 8 ottobre 1989
Il Premio Nobel per la Pace assegnato al Dalai Lama conferma i riconoscimenti internazionali, non solo al leader politico e spirituale del popolo tibetano, ma anche ai valori e agli ideali che egli rappresenta. Come ha fatto quando selezionò Andrei Sakharov, Lech Walesa e il vescovo Desmond Tutu, il Comitato del Nobel ha onorato il Dalai Lama per la sua devozione ai principi e ai metodi della nonviolenza. “Il Dalai Lama nella sua lotta per la liberazione del Tibet si è opposto con forza all’uso della violenza”, ha detto il comitato nella sua citazione. “Egli ha invece evocato soluzioni pacifiche basate sulla tolleranza ed il mutuo rispetto per conservare l’eredità storica e culturale del suo popolo”. |
Alla fine di un secolo che ha visto milioni di uomini, donne e bambini innocenti morire per mezzo di fedeli di uno o dell’altro credo totalitaristico, mentre ingannevoli o disonesti intellettuali hanno approvato la proposizione secondo cui il fine giustifica i mezzi, è giusto che un premio per la pace sia dato a quelle rare figure che rifiutano l’influenza corruttiva dei metodi violenti. Come Tutu, Sakharov e Walesa – e Martin Luther King prima di loro – il Dalai Lama ha santificato la sua causa accettando la disciplina degli strumenti pacifici.
Il Premio Nobel riconosce anche quella causa. Le allusioni del Comitato alla “liberazione del Tibet” rappresenta un giudizio politico, un implicito, inequivocabile, rimprovero al regime cinese comunista che ha colonizzato e terrorizzato il Tibet.
L’irritabile risposta dei funzionari di quel regime, che denunciano interferenze esterne negli affari interni della Cina, ha un suono familiare. I premi Nobel accordati a Tutu, Walesa and Sakharov indicono simili risposte di dispiacere da Pretoria, Varsavia e Mosca. In tutti i casi il premio attacca i diversi regimi potenti, rende loro più difficile violare impunemente i diritti umani dei loro soggetti.
Nella sua citazione del Dalai Lama, il comitato Nobel ha evocato un principio che distingue la situazione critica dei Tibetani da quella dei neri Sudafricani, dei sostenitori di Solidarność o dei cittadini Sovietici desiderosi di libertà di parola e regole giuridiche. Il Dalai Lama, come ha notato il comitato, combatte “per conservare l’eredità storica e culturale del suo popolo”.
Come i Curdi in Iraq, Iran e Turchia, ai Tibetani non sono stati negati solo i diritti umani; ad essi è stata riservata l’estinzione culturale. La Commissione Internazionale dei Giuristi emise nel 1960 quella dichiarazione di genocidio commessa dai Cinesi “nel tentativo di distruggere i Tibetani in quanto gruppo religioso”.
Il numero delle vittime che perirono nelle esecuzioni, nelle torture, per fame e fatiche nelle prigioni e nei campi di lavoro forzato è stato stimato in più di un milione. L’agonia del Tibet ha mosso Alexander Solzhenitsyn a definire il regno di Beijing come “il più brutale ed inumano di ogni altro regime comunista del mondo”. Il comitato del Nobel ha reso più difficile per il regime di Beijing cancellare le sue brutalità contro il Tibet.
Tratto da un editoriale del The Boston Globe il 7/1/2010
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